Più lobbisti, meno ministri, unica chance

Iniziamo con almeno due obiezioni. Uno: ci sono più lobbisti dei fossili che primi ministri, capi di Stato e attivisti. Due: a presiederla è il sultano Ahmed Al Jaber, ministro dell’Industria e ad della Abu Dhabi National Oil Company (Adnoc), una delle più impattanti aziende petrolifere al mondo.
Con queste premesse è arrivato quel momento dell’anno in cui si parla di Cop (come il supermercato ma senza la seconda «o», sta per Conference of parties), la Conferenza sul clima ospitata dagli Emirati Arabi Uniti: settimo produttore mondiale di petrolio, quinto per riserve di gas e quinto per emissioni. Chi protesta per questo ha ragione, ma non hanno torto neppure le Nazioni Unite che devono mettere d’accordo tutti i Paesi del mondo per una sfida che può essere vinta solo insieme. Uno dei modi per farlo, è appunto organizzare la Cop, ogni anno in un’area diversa, anche perché il budget a disposizione è pari a quello di un Comune di circa 40mila abitanti (tradotto: tirata la riga, la finanzia il Paese ospitante). Dubai, dunque. Che può pure essere una scelta «provocatoria»: si parla di clima in uno dei Paesi cuore del problema. E poi ha ragione pure chi sbuffa dicendo che «il mondo non si salva nelle due settimane della Cop28». Vero.
Però ha il compito di creare le condizioni affinché questo avvenga, è un esperimento di governance globale unico, in cui più delle parole dette contano quelle non dette. Ogni anno riesce a fare discutere e quella del 2023 è senza dubbio la Cop delle contraddizioni. Ma è anche l’unico sistema che abbiamo. Una delle poche occasioni rimaste in cui si siedono allo stesso tavolo ucraini e russi, palestinesi e israeliani, armeni e azeri, cinesi e statunitensi.
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