Per ribaltare il «paradigma della guerra» c’è il «solution journalism»

È passato troppo inosservato il discorso che tre settimane fa papa Prevost ha rivolto ai giornalisti di tutto il mondo nell’aula Paolo VI. «Dobbiamo respingere il paradigma della guerra», ha detto ai media invocando peraltro un giornalismo che «non sposi il modello della competizione». Un monito più che un complice scambio di vedute.
La reazione in sala è stata grottesca: teste annuenti, applausi scroscianti, platea in giubilo. Viene quasi da chiedersi a chi si rivolgesse Leone XIV quando ribadiva il suo «no alla guerra delle parole». Eppure da tre anni il coro per armi, missili e droni è quasi unanime. Come a dire: solo le tragedie fanno notizia. Meglio se sono più grandi, più gravi.
Ma c’è un sentimento popolare che le redazioni (non solo italiane) non hanno intercettato: la stanchezza di fronte al bombardamento quotidiano del dramma. Soprattutto tra i più giovani. Lo ripetono nelle università, negli incontri pubblici, sui social. Vogliono una narrazione diversa e anche spazi per quelle buone, di notizie.
Qualcuno se n’è accorto e negli anfratti del giornalismo c’è un filone che sta trovando qualche spazio. Arriva da Stati Uniti e nord Europa e si chiama «solution journalism»: una rappresentazione culturale che propone soluzioni e che restituisce in qualche modo speranza. Per dare una svolta, questo è l’anno giusto.
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@Domenica
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