Il rischio negato dalle radici
Lo racconta bene Jared Diamond. Nel suo celebre «Collasso», c’è una comunità che vive in una valle ai piedi di un’alta diga che se cedesse provocherebbe una catastrofe. Ma gli abitanti si dicono sereni, sempre e comunque. Pensavano lo stesso nel borgo della valle del Vajont di Erto e Casso, in quel 1963.
E lo stesso accade oggi nei paesi vesuviani, arroccati in maniera indistinta e sconsiderata alle pendici di un vulcano tutt’altro che spento e che solo nel marzo del 1944 ha eruttato l’ultima volta. Se tornasse a farsi sentire farebbe una strage. Anche chi vive calpestando le terre roventi e magmatiche dei Campi Flegrei pensa ad altro: si sa che qualcosa prima o poi accadrà, ma le radici con la propria terra sono più forti di un futuro incerto nel tempo.
«Il presente è oggi», si dice. Gli antropologi che hanno indagato le terre del rischio si sono scontrati con un muro di gomma che si chiama «scotomizzazione del rischio», usando un termine mutuato dalla psicologia. Una rimozione psicologica del problema, nel nome del «qui ed ora». Non conta il passato, non il futuro.
Nemmeno a 8.000 km di distanza: mezzo Myanmar è costruito lungo una faglia. Sagaing si è risvegliata dopo aver accumulato energia per anni. E il terribile terremoto delle scorse ore ha colpito soprattutto i nuclei urbani ai lati di quella linea rossa.
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