Due garanzie (non da poco) offerte dai giornali

La guerra tra Russia e Ucraina, la morte del Papa, il braccio di ferro fra Trump e resto del mondo, ma pure l’ennesima sconfitta del Brescia in campionato o la cerimonia del 25 Aprile nel paese accanto.
Non c’è evento che sui «social» sia esente da commenti sguaiati, offensivi, rabbiosi... Un florilegio urtante e scomposto, che ricorda l’utilizzo dei bagni in un locale pubblico: al riparo da sguardi esterni, dunque dal giudizio e dalla stigma altrui, non c’è limite al peggio.
Una soluzione semplice, per evitarlo, potrebbe essere quella di dare la parola soltanto a chi non si nasconde dietro un paravento, a chi dichiara nome e cognome, attraverso un account riconoscibile, certificato. A quel punto però la bilancia del rischio si incrinerebbe a dismisura sul piatto opposto, quello della mancanza di riservatezza, dell’impossibilità di godere di una libertà piena.
Ecco perché ha tuttora pienamente senso la presenza di un giornale, di ogni giornale, che collocandosi nel mezzo continua a fare ciò che ha sempre fatto: garantire che le cose si sappiano, in virtù di regole precise e non di un far-west nel quale abbondanza e carestia d’informazioni sono lo stesso male, soltanto vestito in modo diverso.
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