Caso Copan, un’amara lezione

Non è solo un’occasione persa. È l’ennesimo assist che si fornisce agli imprenditori sani e agli investitori che hanno soldi veri e che da tempo ripetono che in Italia è impossibile fare impresa. Il caso Copan è la fotografia di un Paese zavorrato da burocrazia, ricorsi e controricorsi.
L’azienda che produce tamponi, leader mondiale del settore e che è un fiore all’occhiello del territorio, avrebbe voluto costruire un nuovo capannone in un terreno già acquistato a Castel Mella e già destinato ad uso industriale.
Ma il «solito» ricorso - in questo caso ambientalista - ha spinto i vertici della società a cambiare aria e area. L’iter della giustizia amministrativa sarebbe stato troppo lungo e i tempi incompatibili con quelli di chi ha esigenza di allargare la produzione e che addirittura offriva lavoro.
L’accordo per la realizzazione dei nuovi spazi prevedeva infatti cento posti di lavoro per i residenti a Castel Mella. Che cosa si poteva fare di più? Nulla. E allora è giusto così. È giusto che oggi Copan, domani un’altra azienda, guardino altrove. E poi ci si chiede perché un imprenditore decide di delocalizzare e di andare anche all’estero piuttosto che investire in Italia.
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