Comunicato Stampa: "Zvjezdan", una caccia al senso tra Dalmazia, Sarajevo e il Mar Bianco

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“I ricordi non dovrebbero sopravviverci. Sono eredità ingombranti e senza significato per chi resta.” L’incipit di"Zvjezdan", romanzo d’esordio diCarol Galloper ilGruppo Albatros il Filo, fa subito ordine nella nostra genealogia emotiva: ciò che resta di noi quando non restiamo più noi rischia di diventare deposito inerte, fardello, carta molle. L’io narrante racconta di essersi liberata, da giovane, di lettere e fotografie per non lasciare incombenze a chi sarebbe rimasto, ma un trasloco, una giornata di pioggia, una cucina svuotata rimettono in circolo, come un reagente, l’odore della resina di pino e dell’acqua di mare, il fruscio delle buste, la grana di una stampa, e un verso latino sul retro di una foto. È l’istante in cui la memoria smette di essere archivio e torna mappa:una mappa che reclama di essere percorsa di nuovo
Il romanzo è definito come “una singolare caccia al tesoro” che porta la protagonista fraItalia, Croazia, Russia e il Mar Bianco, come se ogni latitudine custodisse un tassello d’un’immagine più vasta. Il romanzo promette (e mantiene) un finale inatteso, ma soprattutto mette in scena la meccanica stessa dell’indizio, il modo in cui gli oggetti diventano operatori di senso e, a volte, di destino. 
L’apertura ci mostra la protagonista, ormai adulta, mentre rovista in una scatola di ricordi durante un trasloco e ritrova lapiccola foto di un ragazzoconosciuto nell’estate dalmata del 1988. Sul retro, la data e quell’“Inter sidera versor”, appuntati sul retro della foto, rimettono in moto l’immagine di un amore adolescente e, con essa, il bisogno di capire che fine abbia fatto quel ragazzo, chi sia diventato, dove l’abbia portato la vita. Le lettere scovate in cucina, scritte “a matita e in stampatello” per correggere senza sprecare fogli, ricompongono un carteggio che si fa via via più rado fino al dicembre 1991: Sarajevo, l’università di regia, la malattia che affatica il ragazzo, l’aria che si fa pesante prima della guerra. Poi, di colpo, l’assedio. Il romanzo, da qui in poi, prende la forma di un’inchiesta affettiva: un viaggio a Sarajevo, uno a Mosca, infine la pista che porta verso nord, fino ai freddi estremi. È una trama che cresce spostando l’attenzione da “cosa è accaduto” a “come attribuiamo senso a ciò che accade”. 
Il titolo, "Zvjezdan", è il nome di origine serba del ragazzo delle lettere, ma la pagina ne fa risuonare l’allusione siderale, coerente con la traccia latina sul retro della foto: il “ragazzo-stella” emerge e scompare nel firmamento dei ricordi, è un corpo celeste che la protagonista tenta di rintracciare nel cielo opaco della storia. 
Gallo orchestratre grandi piani temporali. Il presente indagatore, la memoria dell’adolescenza e l’archivio delle lettere 1989-1991, con l’incipiente catastrofe che, come tutti i veri eventi storici, arriva prima nei sintomi del linguaggio. Di tanto in tanto affiora una quarta linea:il “diario di Zvjezdan”, che rende contabile l’inerzia degli oggetti alla vigilia della partenza per Mosca. È notevole come Gallo tagli e cucia questi piani: ogni ritorno al presente non chiude, ma rilancia l’indagine. 
La costa dalmata è il luogo d’iniziazione del viaggio della protagonista, Sarajevo è il luogo del ritorno e dell’erosione simbolica, mentre Mosca è l’archivio d’Occidente che guarda a Oriente, il punto in cui il ragazzo sceglie di cambiare per sempre la propria vita. Il nord estremo è il margine del mondo, dove la trama, più che di essere risolta, chiede di essere accettata. Così lo spazio diventa agente: spinge, frena, confonde e infine rivela. 
Quello delcorpo feritoè un elemento circolare all’interno dell’opera, sul quale l’autrice è ferma e talvolta pudica. La protagonista adolescente si innamora di un ragazzo che definisce sé stesso storpio, ridicolo, anticipando lo stigma altrui, mentre lei gli risponde spostando l’asse dello sguardo: “Sei bello. Questo sei.” Molti anni dopo, l’adulta cammina essa stessa con un bastone e impara a ridistribuire il peso del corpo, a formare l’intreccio di due vite claudicanti alla ricerca della propria dignità di esistere. 
Carol Gallo scrive con periodi ampi e sorvegliati, una prima persona che alterna sguardo ironico e tenerezza. L’ironia scatta spesso per disinnescare il patetico, per riportare proporzione. Il montaggio tra scene e reperti dà alla prosa un registro quasi documentaristico, che non rinuncia tuttavia all’affabulazione. Il risultato è un romanzo che mostra, più che dichiarare, e che accompagna il lettore nel lavoro di “riattribuzione di senso” che ogni vita chiede quando torna sui propri reperti. 
Nell’odissea di "Zvjezdan" gliincontrisono stazioni di senso più che figure: ogni volto intercettato aggiunge una coordinata alla mappa esteriore e sposta l’ago della bussola interiore. L’incontro conla madre di lui educa la protagonista alla grammatica del dolore che si fa abitudine, e in quell’abitudine la narratrice impara la misura della pietà, la soglia oltre la quale non si domanda più ma si custodisce. Sulla rotta opposta, l’incontro fondativo con la propria madre innesta il tema dellamatrilinearità: è una consegna d’uso, prima che un simbolo, che addestra il corpo ferito a una nuova andatura e il pensiero a una nuova etica dell’attenzione. Infine gli incontri con i luoghie con i loroabitanti: fuori la rotta si compone, mentre dentro si impara a sostare, a tacere, a lasciare andare. 
Nel romanzo, la guerra è un ritorno di fiamma nella memoria collettiva, raccontata da chi l’ha attraversata e ne porta ancora le schegge sottopelle. A posteriori, gli stessi testimoni nominano l’innominabile con parole sobrie: le sirene che abituano al peggio, i corridoi d’ospedale, le bare allineate e tutte uguali. Mentre rimette in circolo quelle storie, Gallo sposta l’asse sul presente: in un tempo di conflitti multipli, la memoria non è un rito consolatorio ma un dispositivo civile. Il monito è netto e laico: restare umani è un lavoro, significa riconoscere il volto dell’altro, tendere la mano a chi soffre, rifiutare l’indifferenza come comoda anestesia. La letteratura qui non chiude gli occhi: chiede che li teniamo aperti, insieme.
"Zvjezdan" è ciò che potremmo chiamare una“forma-giallo senza delitto”: c’è una trama investigativa, c’è un cold case affettivo, ci sono piste, testimoni, scartamenti, ma non c’è colpevole da smascherare: c’è, semmai, una misura da ritrovare. Non la soluzione, ma l’accordo con il caso, non il possesso dell’oggetto del desiderio, ma l’attraversamento dei suoi segni. La chiusa sposta il baricentro dalla rivelazione alla risonanza: non sempre la vita ci consegna spiegazioni, spesso ci consegna un luogo, un gesto, un respiro più largo. E qui il romanzo è onesto: non pretende di spiegare le stelle, ma ci accompagna a guardarne il disegno. 
"Zvjezdan" è un romanzo dove gli oggetti funzionano da segni in un campo di forze emotive e storiche. È questa tenuta, insieme terrestre e siderale, a rendere il romanzo persuasivo: se è vero che i ricordi non dovrebbero sopravviverci, allo stesso tempo, finché ci siamo, abbiamoil compito e il privilegio di leggerli. E di lasciarci leggere da loro. 

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