Comunicato Stampa: "The swimmer", la tenera storia di un cucciolo che ha imparato a camminare

In un appartamentoche potrebbe essere il nostro, la giornata inizia con un rumore lieve di ciotole, con un asciugamano piegato sul divano, con un trasportino appoggiato vicino alla porta. La scena somiglia a una routine domestica, e poi rivela un’organizzazione da piccola unità operativa, fatta di orari, controlli, spostamenti, telefonate, appunti. È una cronaca che prende forma nelle case e nelle mani che imparano una tecnica. Quando al centro c’èun cucciolo fragile, ogni gesto quotidiano acquisisce un peso diverso, e la tenerezza smette di essere soltanto emozione: diventa disciplina.
“The swimmer. La storia di un cucciolo che ha imparato a camminare”diLea Zampadoro, pubblicato dalGruppo Albatros Il Filo, racconta la vicenda di Leonardo, chiamato con affetto Buetto, un gattino nato con lasindrome dello “swimmer”, nota anche come “cucciolo nuotatore”. Fin dai primi giorni il suo corpo cerca il movimento, e gli arti non riescono ancora a sostenerlo nel modo atteso. L’autrice parte da un dato clinico e lo trasforma in un racconto di cura, di squadra, di progressi costruiti con pazienza. La storia si muove sul crinale più vero: quello in cui l’amore desidera proteggere e, nello stesso tempo, deve imparare a intervenire con metodo.
L’autrice e suo marito si presentano come una coppia che vive con gli animali, con la loro logica e con i loro imprevisti. In casa ogni gatto è “una piccola star” con un ruolo riconoscibile, e gli umani finiscono per essere, come scrive l’autrice,gli “umani di servizio”. Da qui prende corpo una commedia domestica piena di dettagli: ciotole con microchip che si aprono per il gatto “giusto”, strategie da ladro gentile messe in scena da Eros, il rosso di casa, fughe in retromarcia di chi si sente osservato da estranei, rituali di pappa e di coccole che scandiscono il tempo con la stessa precisione di un’agenda. Questa cornice è il contesto etico in cui Buetto viene accolto.La cura, prima ancora di diventare terapia, è un modo di abitare.
La sindrome del cucciolo nuotatore ostacola il sostegno del peso e altera il movimento, e la variabile determinante è il tempo. Intervenire presto significa dare al corpo una possibilità di riassestamento. Da quel momento il racconto si popola di figure che trasformano l’amore in competenza: un ospedale veterinario specializzato, una fisioterapista destinata a diventare la futura mamma di Buetto, Iole, allevatrice esperta e amica, capace di sostenere con consigli puntuali, Ale, marito dell’autrice e presenza solida nel lavoro di squadra. È una rete che funziona perché non si limita a commuoversi: organizza, valuta, decide, si assume la responsabilità delle scelte.
Presto il libro si trasforma in una sorta didiario di training intensivo. Ci sono posture da correggere, manipolazioni, esercizi, ripetizioni. La fisioterapia diventa un gesto imparato sul campo, ripetuto con disciplina, inserito nella trama ordinaria della casa. Il lettore segue l’organizzazione dell’intero sistema: sveglie anticipate, trasportini sproporzionati rispetto a un corpicino leggero, un’ora di autostrada, sedute settimanali, attese, ritorni, controllo costante dei progressi.È una fatica misurabile, ed è proprio questa misurabilità a rendere credibile l’emozione.
Dentro questo percorso emergono episodi che restituiscono l’attrito con la realtà. Zampadoro registra tanto l’energia quanto lo sconforto, e li tiene insieme con una scrittura che resta prossima al lettore. Anche la stanchezza ha diritto di emergere, e proprio per questo la dedizione risulta più credibile. Il libro racconta una coppia che prova, sbaglia, aggiusta, riprova, e nel farlo costruisce una competenza affettiva: la capacità di donarsi senza perdere lucidità.
Arriva poi la proposta di una settimana in day hospital per garantire le cure migliori a Buetto. Ginnastica, manipolazioni, piscine, un programma intensivo, ma necessario per il suo benessere. Zampadoro racconta la preparazione della valigetta con i giochi preferiti, poi la sensazione che la mamma gatta e le sorelline sentiranno la sua mancanza in quel nido pieno di fusa. Nel momento della firma l’autrice compie anche un significativo gesto simbolico, quasi a trasformare un atto amministrativo in un patto di speranza.
Il percorso non procede in linea retta. Arrivanosegnali di stanchezza, arrivanoesami, e dalle analisi emergono dettagli inaspettati. La terapia si complica, il calendario si riempie, l’ansia prende una forma nuova insieme alla speranza. Qui la scrittura regge l’aumento di pressione grazie a una scelta stilistica chiara: alterna dettagli pratici e leggerezza, affida al sorriso la funzione di ossigeno, mantiene l’attenzione sui gesti e sui risultati. La verità di una storia di cura si riconosce nella sua imperfezione operativa, nella necessità di ricalibrare, nell’umiltà di accettare che la strada cambia mentre la si percorre.
Il punto di arrivo è fatto dimicro-vittorie. Un appoggio che riesce, un equilibrio che dura qualche secondo in più, una postura che cambia. Buetto diventa simbolo perché il simbolo nasce dal corpo e dal lavoro, non da un’idea astratta. Il libro insiste su un’intuizione semplice e potente: la fragilità è un compito, e il compito crea legami. Aiutare Buetto, racconta l’autrice, ha aiutato lei e suo marito aguarire una parte del loro cuore. La frase resta credibile perché nasce da una sequenza di giorni, non da un colpo di teatro: la guarigione è un effetto collaterale della cura, un ritorno inatteso che arriva quando ci si consegna davvero.
Quando i cuccioli crescono, arriva il momento delle adozioni. Il racconto degli addii ha una delicatezza emozionante: l’appuntamento in un bar vicino casa, l’incontro con le nuove famiglie, lacrime e coccole, la sensazione di avere fatto la cosa giusta e di sentire comunque un vuoto. Buetto parte con la fisioterapista, e quel passaggio illumina uno dei nuclei etici più forti del libro: accudire significa anche lasciare andare, consegnare a qualcuno che proseguirà il lavoro, fidarsi del futuro che si è contribuito a costruire.
La prosa di Lea Zampadoro ècolloquiale e sorvegliata, ricca di immagini immediate, capace di trasformare una casa in un set narrativo e un percorso terapeutico in una trama. Il registro alterna confidenza e precisione, e costruisce un patto con il lettore: entrare nella cura senza sentirsi esclusi. La presenza delle fotografie accompagna la lettura come un paratesto affettivo: aggiunge presenza, offre pausa, permette di fermarsi un istante e guardare. In filigrana si intravede anche una piccola lezione di comunicazione emotiva, forse involontaria:il rapporto con gli animaliè un contratto fatto di segni, di richieste, di risposte, di fiducia che si stabilisce nel tempo, e ogni gesto quotidiano diventa significante di qualcosa di più grande.
Fuori dalla pagina c’è un gesto che completa l’opera. L’autrice ha scelto di donare diverse copie del libro ai reparti di oncoematologia pediatrica in tutta Italia, con l’intenzione di alleggerire l’esperienza dei bambini durante le cure e di offrire un appiglio di speranza. È lo stesso filo che attraversa tutta la storia:donarsi agli altri restituisce più di quanto si consegni. In questo racconto un cucciolo impara a camminare, e intorno a lui una coppia impara una forma di coraggio quotidiano, fatto di micro-decisioni, di mani che non si tirano indietro, di una fiducia che si rinnova ogni mattina, davanti a una ciotola che si apre e a un passo che finalmente diventa sicuro.
Riproduzione riservata © Giornale di Brescia
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