Comunicato Stampa: “Racconti dell’immaginazione”, un libro sul fantastico come verità emotiva

Nell’epoca dell’esposizione continua e delle identità da esibire,la fragilitàtorna al centro della pagina come una materia viva. Paura di smarrirsi, bisogno di riconoscimento, memoria che riaffiora, immagini che prendono il posto delle spiegazioni. È in questo territorio che si colloca la narrativa diEleonora Beschi: una zona di confine in cui ilsogno, ilsimbolo, ilricordoe laferita interiorediventano strumenti di conoscenza. In un tempo che pretende definizioni immediate, prove, etichette, “Racconti dell’immaginazione” invita a prendere sul serio ciò che non sempre si lascia spiegare: il vuoto, il desiderio, l’angoscia, l’amore, la paura di sparire, il bisogno di riconoscersi.
Pubblicato dalGruppo Albatros Il Filo,“Racconti dell’immaginazione”diEleonora Beschisi presenta come una raccolta di testi brevi che condividono una medesima temperatura emotiva e una stessa urgenza espressiva. Il titolo coglie con precisione il centro del libro: l’immaginazione non viene chiamata in causa come evasione ornamentale, come semplice gusto per il fantastico, ma diventa inveceuna forma di accesso al reale, una via alternativa per dire ciò che la lingua ordinaria tende a lasciare ai margini. La stessa riflessione finale dell’autrice sul racconto, inteso come “un modo diverso di vedere la realtà”, consegna al lettore la chiave interpretativa più limpida dell’intera raccolta.
La prima impressione che queste pagine lasciano è quella diuna scrittura molto esposta, priva di schermi protettivi, fedele alla necessità di nominare il movimento interiore prima ancora di disciplinarlo. Beschi scrive come chi abbia urgenza diattraversare le proprie immagini fino in fondo. Da qui nasce una prosa scandita da anafore, ripetizioni, domande insistite, accumuli, aperture improvvise verso il monologo interiore. In “Tu che, come me, guardi il temporale” questa dinamica è evidente fin dalle prime righe, costruite come una sequenza ritmica di verbi assoluti:sognare, vivere, desiderare, respirare, esistere, amare. È una scrittura che cerca il battito dell’emozione, che preferisce l’adesione alla cautela, che si muove per immagini nitide e per nuclei affettivi riconoscibili.
Dentro questa raccolta, il fantastico assume forme diverse e quasi mai decorative. In “Un vecchio orologio” il tempo si concentra in un oggetto fermo, sottratto allo scorrere e insieme capace di custodire una soglia emotiva; in “La magia del tamburo” il suono diventa richiamo profondo, quasi ancestrale; in “Il corteo funebre” la morte si rovescia in una visione perturbante, teatrale, straniante; in “La lanterna rossa” l’atmosfera rituale disegna una geografia del cuore spezzato; in “Bottiglie” il paesino abitato da artisti e maghi sembra una piccola allegoria della creazione stessa. Ogni racconto apre una porta su unaltroveche ha radici molto concrete nell’esperienza emotiva. Il libro funziona proprio qui:il simbolo attraversa la vita.
Uno dei nuclei più interessanti dell’opera riguarda l’identità. Più di un racconto mette in scenaun io mobile, scomposto, molteplice, attraversato da versioni diverse di sé. “Osservai una bambina giocare” riflette sulla metamorfosi continua dell’infanzia, sulle sue maschere, sui suoi slittamenti, sul modo in cui il gioco contiene già una pluralità di esistenze possibili. “Suicidio” affronta con una franchezza notevole la comparsa del pensiero estremo, il peso della responsabilità, la pressione della perfezione. “Lo specchio” porta questa ricerca al suo punto più nitido: il riflesso truccato, duplicato, moltiplicato fino alla perdita della fisionomia diventa la scena concreta di una domanda radicale, chi sono quando tolgo tutto ciò che mi ricopre.
Accanto all’identità, il grande tema della raccolta èil vuoto. Un vuoto affettivo, esistenziale, talvolta luttuoso, talvolta legato all’assenza di un nome preciso da dare al proprio dolore. In “Enrico” il legame con una presenza mai davvero posseduta prende la forma di una memoria quasi metafisica; ne “Il vuoto” questo sentimento entra addirittura in classe, diventa compito artistico, domanda da rappresentare, spazio nel petto che cerca una figura; in alcune pagine il dolore si lega a una perdita percepita in silenzio, a un’assenza che continua a lavorare dentro chi resta. Beschi intuisce bene una cosa: l’interiorità contemporanea è spesso abitata damancanze che non sanno ancora dirsi. La narrativa, in questo senso, diventa un luogo di nominazione e di ascolto.
C’è poiuna linea di tenerezzae di apertura all’altro che impedisce al libro di rinchiudersi in un solipsismo sterile. “Omar” è, da questo punto di vista, uno dei racconti più significativi. L’incontro fugace con un uomo che vive per strada diventa occasione per interrogare la gerarchia dei valori, la dignità del gesto minimo, la possibilità che il dono provenga da chi, agli occhi del mondo, sembra privo di tutto. In poche pagine l’autrice costruisce una piccolaparabola sulla gratitudine, sul riconoscimento reciproco, sulla capacità di lasciarsi cambiare da una presenza inattesa.
Il tratto più evidente della scrittura di Beschi resta la suadisposizione lirica. I racconti procedono spesso come prose poetiche, o come confessioni in forma narrativa, dove il dato di trama conta meno dell’intensità percettiva.È una voce che ama l’assoluto, che non ha paura del sentimento dichiarato, che si concede il pathos, che cerca immagini piene, talvolta abbondanti, ancora capaci di credere nella forza nuda di ciò che sentono. Beschi non cerca la frase fredda e levigata, cerca la frase viva. E spesso la trova.
“Racconti dell’immaginazione” può richiamare alcuni territori del fantastico italiano, da Buzzati per il senso della soglia e dell’apparizione a certi esercizi di allegoria interiore che riportano a Pirandello, soprattutto quando l’io si guarda da fuori e si scopre composto di parti, ruoli, immagini riflesse. In filigrana si può avvertire anche una leggerezza simbolica che sfiora, a tratti, il Calvino più visionario. Il punto di differenza sta però nella matrice apertamente emotiva di Beschi: il suo fantastico non nasce da un congegno intellettuale, ma dauna pressione del sentire. È un fantastico confessionale, dove la visione coincide quasi sempre con una necessità psichica e affettiva.
Il valore più attuale del libro si misura allora nel suorapporto con il presente. In queste pagine trovano spazio il disagio identitario, la paura di non bastare, il desiderio di sciogliere il peso della performance, il bisogno di dare cittadinanza a una fragilità che oggi attraversa soprattutto le generazioni più giovani. Beschi porta tutto questo dentro una scrittura che restituisce l’esperienza per immagini, corpi, stanze, oggetti, gesti. Le restituisce in racconto. Ed è proprio in questa capacità difare del racconto una camera di risonanza del sentireche la raccolta trova il suo elemento di novità: la scelta di trasformare l’immaginazione in una forma di verità emotiva condivisibile.
Alla fine del libro resta una domanda che vale più della sua stessa risposta:che cosa è reale, davvero, quando si parla di dolore, di amore, di memoria, di identità?Beschi affida l’intera raccolta a questa interrogazione e la porta fino all’ultima pagina con coerenza. “Racconti dell’immaginazione” è un esordio che chiede di essere letto per ciò che è: una costellazione ancora in movimento, una voce giovane che ha scelto di esporsi, una scrittura che preferisce il rischio della sincerità alla compostezza inerte. In un panorama spesso dominato dal controllo, questa decisione è già una presa di posizione. E forse la letteratura, prima di essere forma, torna a essere proprio questo:il coraggio di guardare il proprio riflesso finché smette di mentire.
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