Comunicato Stampa: "Gaudeamus igitur. Inno universitario internazionale", un romanzo sul tempo in cui si diventa adulti

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L’università, a vent’anni, somiglia a una promessa detta troppo in fretta: “sarai libero”, “sarai adulto”, “saprai cavartela”.Miryam Caputointercetta quel punto preciso in cui l’entusiasmo si mescola alla paura, e lo fa scegliendo un titolo che è già un programma:“Gaudeamus igitur. Inno universitario internazionale”. L’inno goliardico diventa una chiave narrativa, un mantra ripetuto e trasformato: godere sì, ma ricordandosi che la giovinezza è un bene a scadenza.
Il romanzo, pubblicato dalGruppo Albatros il Filo, segue una storia di formazione quotidiana e riconoscibile: due ragazzi, una città, un tempo lungo cinque anni, e la lenta metamorfosi di un rapporto che all’inizio sembra destinato solo alla rovina.
Le due vite che si intrecciano e si scontrano sono quelle diGiorgio e Gianluca. Il primo arriva a Venezia con la disciplina di chi sa che lo studio non è un capriccio, ma un riscatto legato ai sacrifici di casa; il secondo entra con l’arroganza di chi è cresciuto nel benessere e tende a confondere desiderio e diritto. La collisione è orchestrata dal padre di Gianluca: teme che la libertà “improvvisa e totale” trasformi il figlio in un gaudente, e cerca un coinquilino che sia per lui una sorta di “grillo parlante”, una coscienza laterale pagata in vitto e alloggio. Giorgio accetta l’accordo e, di fatto, accetta anche il peso di una promessa: divertirsi con misura, studiare sempre.
Da qui nasce uno dei conflitti più interessanti del libro: l’ambiguità tra cura e controllo. Gianluca percepisce Giorgio come un “mastino da guardia” e reagisce con intemperanze, capricci e umiliazioni; Giorgio, che inizialmente soffre e arriva a piangere, resiste fino a farci l’abitudine. Caputo non addolcisce i primi anni di convivenza: l’ostilità è esplicita, perfino feroce, e proprio per questo la trasformazione successiva risulta credibile.
Lamatrice famigliarespiega molte fratture. Giorgio è figlio di una concretezza che conosce il valore del lavoro e la responsabilità verso gli altri: la sua famiglia, pur non essendo povera, attraversa annate difficili e deve proteggere il capitale per continuare a pagare i braccianti. Gianluca, invece, vive l’affetto paterno come progetto: regole, paletti, e la tentazione di “comprare” la soluzione. In mezzo, l’università come officina della disciplina: lezioni, sessioni, esami a raffica, con la consapevolezza che gli studi debbano avere la precedenza su tutto.
E poi c’èVenezia, terza protagonista. Non è uno sfondo romantico, ma una città-forma che obbliga a camminare, a perdersi, a chiedere indicazioni. “Questa città sembra un labirinto”, dicono due matricole nel cortile di Ca’ Foscari, e in quella frase c’è la metafora più semplice e più vera: l’inizio della vita adulta è un labirinto in cui ci si orienta anche grazie agli altri. Il Carnevale vissuto in gruppo, le maschere caserecce, Campo San Polo, le serate “di cricca” e le piccole escursioni: Caputo costruisce un atlante di luoghi che diventano subito ricordo, perché l’amicizia, prima di essere discorso, è un’abitudine di strade percorse insieme.
L’amicizia, però, in questo caso, non nasce dall’affinità: nasce dalla coabitazione della fatica. Giorgio e Gianluca inventano una strategia di sopravvivenza che diventa simbolica, in cui la cucina si trasforma nella zona franca in cui le cattiverie sono bandite e l’umanità torna a respirare. È una trovata narrativa efficace perché è riconoscibile: il romanzo suggerisce che le riconciliazioni importanti non sempre avvengano con grandi discorsi, ma con tregue ripetute, finché la tregua diventa abitudine e l’abitudine diventa fiducia.
I riti, in “Gaudeamus igitur”, sono il cemento dei legami. C’è il brindisi col caffelatte, tanto comico quanto commovente, in cui l’inno viene pronunciato comeformula e come promessa a sé stessi, quasi a voler fissare su una tazza di latte ciò che la vita non fissa mai. C’è la dolcezza del ricordare, che torna quando la memoria smette di essere archivio e diventa presenza. E c’è il passaggio, lento, in cui Gianluca riconosce ciò che prima disprezzava: l’aiuto nello studio, la cura, la fedeltà ostinata di Giorgio, fino a sentirne il peso morale e a intuire che l’amicizia vera è spesso il nome laico della gratitudine.
Anchel’amoreentra in scena come palestra emotiva, non come ornamento. La relazione di Giorgio con Beatrice, prima vissuta con leggerezza, arriva a un punto di chiarezza: Beatrice sceglie un legame diverso e chiede che la fine diventi amicizia adulta, senza drammi e senza menzogne. In parallelo, il ritorno di Luisa, complice un temporale e una conversazione che riporta a galla episodi d’infanzia e “bei vecchi tempi”, prepara un altro movimento: qui la tenerezza cresce nel tempo, fino a trasformarsi in coppia. I sentimenti, nel romanzo, non sono fotografie: sono processi, e la maturità coincide con la capacità di non usare l’amore come scusa per ferire.
Il titolo funziona come filo rosso e come regolatore etico. Giorgio lo spiega all’inizio per fissare le condizioni (“studiate sodo” e non sprecate la spensieratezza), ma lo riprende anche quando, finita la festa della laurea, arriva la prima crepa: un velo di tristezza che spegne l’euforia e fa capire che l’avventura comune sta per finire. In quella cucina Giorgio ammette persino iltimore del futuro.L’inno, allora, smette di essere solo goliardia e diventaconsapevolezza.
Eppure il romanzo non sceglie la malinconia come unica uscita. C’è un gesto, nel finale, che raddrizza l’asse morale del racconto: un regalo che è anche un simbolo, per dare un nuovo senso al tempo e agli spazi che hanno visto crescere, anno dopo anno, i due amici. L’amicizia sincera e il duro lavoro vengono riconosciuti come valori virtuosi, ai quali spetta di diritto una promessa concreta di continuità.
Caputo scrive con una voce diretta, spesso vicina all’oralità, che privilegia dialoghi e contrasti netti; non teme l’enfasi, perché l’età che racconta non conosce mezze misure. Anche la scelta di far risuonare l’inno con un’insistenza quasi rituale – spesso messo in rilievo, gridato come slogan, ripetuto come parola d’ordine – restituisce bene il modo in cui certi anni si vivono: a colpi di frasi che diventano private, e quindi sacre. È un registro cheaderisce alla goliardia ma sa farsi intimo quando serve, e trova i suoi picchi emotivi nei momenti in cui l’allegria lascia intravedere l’addio.
La trovata conclusiva è semplice e, proprio per questo, efficace. Un cerchio che si chiude e che ricomincia in un modo nuovo, sempre nel grande teatro dell’Università Ca’ Foscari. I protagonisti si guardano e capiscono che quel che li ha uniti non è stato l’evento eccezionale, ma la ripetizione del quotidiano: lo studio, le notti, le scuse per non dirsi addio.
L’ultima immagine è un gesto minimo: un ponte, uno scorcio di Canal Grande, Ca’ Foscari alle spalle. Giorgio fischietta l’inno; Gianluca lo riconosce e si unisce. Poi il “sipario” che cala su un periodo della vita. In quel fischio c’è la sostanza del romanzo: la giovinezza non si trattiene, ma si tramanda come un motivo breve che torna quando meno te lo aspetti, e ti ricorda chi sei stato mentre imparavi, senza accorgertene, a diventare adulto.
 

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