Comunicato Stampa: "Eclissi di una stella polare" l’autobiografia civile che trasforma la vulnerabilità in orientamento

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Ci sono libri che nascono daun’urgenza quasi biologica, come se le parole fossero l’unico strumento per dare forma al caos della memoria e trasformare la sofferenza in una materia che possa essere condivisa."Eclissi di una stella polare"diFiorella Bellachioma, pubblicato dalGruppo Albatros il Filo, appartiene a questa categoria di opere necessarie: una narrazione che accoglie l’oscurità senza rimuoverla, cercando in essa la scintilla di luce capace di orientare, come una stella polare anche se velata dalle nuvole più fitte. È l’opera d’esordio narrativa di un’autrice che, dopo una vita trascorsa tra i banchi e le aule di filosofia e storia nei licei, dopo aver firmato numerosi saggi, sceglie di raccontarsi attraverso unregistro intimo e autobiografico, pur mantenendo lo sguardo rivolto a un orizzonte collettivo.
Il libro è in sé un evidente atto di coraggio: l’autrice non teme dimettersi a nudo, mostrando le proprie ferite e i propri limiti, consapevole che nella condivisione di quella vulnerabilità si annida un valore pedagogico. Non è solo una confessione personale, è un confronto aperto con i lettori, chiamati a riconoscersi in esperienze che, pur diverse, toccano trasversalmente la nostra esistenza. Che si tratti di cadute, delusioni, conquiste o momenti di smarrimento, Bellachioma invita a coglierli come tappe di un percorso necessario perimparare a “stare al mondo”, per trovare la propria postura, la propria voce, il proprio passo.
L’“io” che prende parola non chiede indulgenza, cerca piuttosto una forma capace di superare il recinto del privato per offrire un percorso condivisibile. Il progetto, dichiarato con trasparenza nelle pagine finali, mira ad andare oltre la semplice cronaca personale verso un "eidos" che generi mutamento, con una scelta di scrittura che accetta il rischio e si espone alla complessità del reale.
Il cuore del libro è un’autonarrazione che non cerca scorciatoie. La vulnerabilità non viene presentata come crepa da occultare, ma come condizione generativa, la gratitudine diventa grammatica del racconto e prende corpo in episodi minuti, in incontri, in luoghi che si aprono come possibilità. La pagina restituisce così una postura:accogliere la vita, anche nelle sue asprezze, e riconoscerla come occasione per riattivare un legame con sé, con gli altri, con il mondo. Questa tensione affiora con chiarezza anche nella prefazione, dove la capacità di dire “grazie” alla vita appare come tratto distintivo del cammino narrato. 
Il punto di osservazione è quello delladisabilità, che non viene tuttavia trasformata in un marchio identitario. La ricerca di autonomia, l’educazione all’amore per sé e per gli altri, la cura delle relazioni diventano strumenti di emancipazione. La narrazione mette a fuoco il paradosso apparente: un senso di colpa diffuso nello “stare al mondo” e, insieme, una spinta a trasformarlo in accettazione consapevole e in desiderio di relazione. L’epifania del titolo prende così forma: dentro la perdita si può ritrovareuna totalità possibile,un modo nuovo di abitare il limite. 
Il tragitto biografico attraversa infanzia e adolescenza, esperienze sentimentali e scelte professionali, conquiste e cadute. L’autrice ricostruisce gli inizi da docente, le fatiche del precariato, la vocazione per l’aula e il rapporto vivo con studenti e studentesse. La classe è il luogo della reciprocità in cui la competenza non cammina da sola e si salda con la responsabilità affettiva. Le pagine dedicate agli anni di formazione e alle prime cattedre mostrano una coerenza di fondo: prendersi cura attraverso la conoscenza e dare cittadinanza alle fragilità. 
Ladimensione psicologicae quella dellasalute mentaleoccupano un ruolo riconoscibile. Nel testo ricorrono figure di terapeuti, maestri, professionisti capaci di ascolto, insieme alla figura simbolica del Maestro come guida esistenziale. Il libro propone un avvicinamento graduale alla propria fragilità, quasi un itinerario induttivo: si rivalutano i punti deboli e li si espone al calore dell’empatia, in una pedagogia dell’umano che non chiede perfezione e allena alla presenza. 
Il sistema degli affetti costituisce l’asse portante della storia. L’amore familiare, l’amicizia, la sorellanza, la passione intellettuale si intrecciano e ridisegnano ilsenso dello stare al mondo. L’autrice rende omaggio a chi ha sostenuto il cammino, dai maestri d’arte agli alleati di vita, e nella riconoscenza riafferma la propria etica della relazione. La scrittura dà forma all’assenza, e l’assenza si fa gesto in avanti, promessa di orientamento.
Il motivo della stella polare ritorna nell’“Epilogo”, dove prende corpo l’immagine di Sisifo che riprende la salita con gioia. L’io narrante offre all’altro il proprio intreccio di traiettorie come incoraggiamento, e indica una pratica: alzare gli occhi al cielo, trovare un nuovo scintillio e riprendere il cammino. La citazione in quarta di copertina rafforza questo invito con un tono insieme intimo e pubblico, quasi una dichiarazione di poetica dell’esistenza.
Dentro la cornice autobiografica si innesta la riflessione sulla scuola. L’Appendice convoca la comunità educante su un terreno preciso: la necessità di una rivoluzione culturale che cambi le pratiche di aula e restituisca centralità alla vita nella sua pienezza. Il testo rielabora il dibattito intorno a"Zoe-zetesis", saggio pubblicato dall’autrice nel 2021, e alle sue proposte: investire sull’intelligenza emotiva, sull’empatia, su un fare filosofia come opportunità di vita, su docenti che insegnino ad argomentare e a valutare senza preconcetti. La scuola viene definita laboratorio di oltrepassamento del presente, luogo dove allenare cittadini capaci di cura, cooperazione e democrazia. La scuola, in quest’ottica, non appare come macchina della prestazione, si configura piuttosto come spazio di crescita affettiva e cognitiva, di desiderio che si fa progetto, di responsabilità che diventa pratica quotidiana. 
La scrittura di Bellachioma mantiene un tono riflessivo e al tempo stesso vigile. La cronologia non serve a completare un album, serve a interrogare il presente e a costruire un argine contro la tentazione di rinunciare. Il dispositivo narrativo alterna sosta e movimento, memoria e analisi, con una lingua che accoglie la densità del pensiero senza rinunciare alla concretezza delle immagini. La scelta di attraversare le ombre con una bussola etica restituisce al lettore una mappa praticabile, fatta di gesti ripetibili: chiedere aiuto, nominare la paura, riconoscere l’altro, dire grazie.
Il risultato è un libro che può diventare confronto, conforto e insegnamento, a seconda del momento di vita in cui ciascuno lo incontra. Chi cerca unracconto di formazionetroverà l’itinerario di una coscienza che si educa alla gratitudine. Chiinterroga i limiti del corpoincontrerà un punto di vista che non cancella la fatica e orienta verso un amore possibile. Chilavora nella scuolariconoscerà un’agenda esigente e concreta per la costruzione di giovani robusti nell’essenza e pronti a fare delle differenze una risorsa.
Resta, in chiusura, il tema che tiene insieme l’intero progetto: laricerca di senso. Il senso non arriva come formula definitiva, si accende in frammenti, nella trama degli affetti, nel confronto con l’altro, nell’attenzione al dettaglio che salva una giornata. L’autrice non promette scorciatoie, offre strumenti per rischiarare quanto basta e continuare. La stella polare, allora, è più di una figura poetica: è un invito acustodire una coerenza con sé stessi, anche quando il cielo si fa plumbeo. Il lettore esce con la sensazione di avere in tasca una piccola luce, sufficiente a fare il primo passo e poi il successivo, nella direzione che ognuno riconosce come propria.
 

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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