Le mille «piccole»: il futuro è fare sistema per competere nel mondo
Le pmi che hanno fatto grande Brescia ora devono diventare grandi. O almeno, un po’ più grandi. Senza snaturare il Dna che le ha condotte sino a qui, certo, ma avviando quel cambio di paradigma culturale che oggi più che mai è la «conditio sine qua non» per continuare ad essere la grande forza creativa e competitiva che sono state sinora. È un messaggio forte e chiaro quello che si leva dalla sala Faissola di Intesa SanPaolo in occasione della presentazione dello studio sulle «1000 Pmi che fanno grande Brescia» realizzato dall’Università degli Studi di Brescia in collaborazione con il quotidiano Giornale di Brescia (la serata si può rivedere qui).
Il tempo del «piccolo è bello» appare ormai archiviato, e l’idea di una crescita dimensionale per linee esterne diventa sempre più auspicabile e necessaria, a maggior ragione in uno scenario globale «ogni giorno più plumbeo», come lo definisce il direttore Nunzia Vallini, che per prima punta i riflettori sulla «strada da percorrere».
Perché, rincara il collega Stefano Martinelli, «se è vero che i numeri non dicono tutto, usati correttamente possono dire davvero tanto».
E ben lo sa il professor Claudio Teodori, alla guida del team accademico che ha realizzato lo studio, che i dati li snocciola con naturalezza e con la medesima naturalezza indica la via.
I numeri della ricerca
«Il valore complessivo delle prime mille pmi nel 2024 è stato di 8,2 miliardi di euro, in calo del 2,1% sull’anno precedente: nel quinquennio la crescita media annua (Cagr) è stata dell’11% ma la base di partenza è il 2020, caratterizzato da un fatturato assai inferiore a quello degli altri anni. In pratica, dopo uno sviluppo significativo fino al 2022, c’è stata una sostanziale stabilità nel biennio successivo».
E prosegue: «Pur non avendo la sfera di cristallo per sapere cosa accadrà nei prossimi anni, una cosa è certa: le nostre piccole devono almeno diventare medie, con la consapevolezza che ogni salto dimensionale richiede comunque un cambio culturale».
Uno snodo strategico, quello del cambio di paradigma culturale, su cui insiste anche l’assessore regionale allo sviluppo economico Guido Guidesi.

«Il cambio culturale è cosa più difficile da effettuare e se tu lo chiedi ad altri devi essere il primo a dare l’esempio» esordisce Guidesi chiamando in causa lo sforzo fatto per la creazione delle verticali settoriali (oggi se ne contano ben 79 riconosciute in Lombardia) e l’impegno della Regione anche sul fronte della condivisione e della «messa a fattor comune» del know how presente sul territorio. Senza dimenticare, aggiunge, la capacità di guardare oltre i propri confini.
«Abbiamo rinunciato al motto la Lombardia fa da sola e un passo indietro dal punto di vista del protagonismo individuale – affonda –: quello che stiamo provando a fare, anche sui tavoli europei, non avrà effetti immediati ma ho l’ambizione di tornare a Brescia, nel 2040 o 2050, e trovarla piena di nuovi ricercatori, nuovi talenti e nuovi progetti. Se cambieremo oggi la Lombardia continuerà ad essere quello che è anche nel 2050, se non lo faremo, non sono certo sarà così».

«Una certezza che abbiamo oggi è che restare da soli, per quanto eccellenti, non è più sufficiente», rincara Paola Lecci di Intesa, per la quale «anche il sistema bancario guarda all’appartenenza a filiere strutturate per l’accesso a forme di credito evolute».
«Quelli che abbiamo ascoltato sono numeri che ci danno serenità e fiducia nella solidità del nostro sistema ma sono anche un impegno a guardare avanti», conclude il presidente di Editoriale Bresciana, Pierpaolo Camadini, per il quale «in un’epoca di grandi incertezze è ancora più importante investire nell’avere maggiore consapevolezza su dove andare, con la forza di saper abbinare l’intelligenza creativa delle nostre imprese con la potenza tecnologica che esiste intorno a noi».
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