Lampo di Palazzolo, 139 anni di moda in un bigino

Lampo di Palazzolo (sei società industriali, sei stabilimenti attivi su 30.000 metri e 400 dipendenti, nata e nota come «Ditta Giovanni Lanfranchi», 44 milioni di ricavi, di cui è amministratore delegato Gaetano Lanfranchi) sceglie la formula dello storico «bignamino», o «bigino», per raccontare i suoi 139 anni di storia d’impresa: l’ha fatto con il più classico dei formati, quello del volume che nel 1931 ha preso il nome dal suo ideatore, il professore milanese di lettere Ernesto Bignami, con la copertina color carta da pacchi, segno tipografico blu, misure «inalterate» 10,5x15,1 cm. I testi sono di Marco Torriani, il progetto grafico di Lucia Strada e le immagini dell’archivio aziendale.
Storia
Storia interessante quella del libro, che aggiunge un altro capitolo alla storia industriale della provincia. Per molti studenti «il bignamino» è stato ed è prezioso compagno di vita scolastica, per l’editore (che a Brescia aveva uno dei sui punti di forza nella storica libreria Castoldi sotto i portici, all’angolo via Mazzini-Corso Zanardelli dove i volumi erano ospitati sotto la scritta «Amici silentes») i titoli a catalogo oggi sono oltre duecento, mentre per i clienti della Lampo di Palazzolo, che da oltre un secolo produce cerniere, il libro raccoglie e racconta invece una storia completa dell'azienda ed una narrazione della tecnologica dettagliata, offrendo, con una scelta quasi di stunt marketing, una strategia di comunicazione nuova.

Dalle origini
Da Palazzolo e dalla Ditta Giovanni Lanfranchi Fabbrica Bottoni è passato un brano importante della storia, sia industriale che sociale dell’area palazzolese, un tempo una piccola Manchester: l’azienda nasce come bottonificio (nel primo decennio del Novecento aveva clienti in Giappone, Persia, India e Americhe, oltre che in Europa) riconvertendo, dopo «aver abbottonato il mondo» e dopo aver acquistato un'azienda milanese nei primi anni Trenta, la produzione dei bottoni in quella delle cerniere, che a loro volta vedranno innovare e sostituire negli anni i materiali con cui sono prodotte, ultimi in ordine di tempo il poliestere per i cosiddetti capi tecnici.
«La storia siamo noi» canta Francesco Degregori. Nella storia dell’industria dell’abbigliamento e della moda (e non solo) c’è la pagina scritta dalla Ditta Giovanni Lanfranchi: Ardito Desio - che coordinò la spedizione italiana sul K2 - si fece confezionare a Palazzolo le cerniere per serrare rapidamente le tende in cui avrebbero trovato rifugio gli alpinisti; la stilista Elsa Schiaparelli, inventrice del rosa shocking, utilizzò la lampo come accessorio, forse senza neppure sapere che in una cerniera ci sono fino a tredici componenti. E questo vuol dire tecnologia, espressa nei cursori, nei tessuti e soprattutto negli impianti. Componenti di prodotto con cui nella Giovanni Lanfranchi si «fanno i numeri». Dieci milioni di metri di cerniere, 30 milioni di pezzi, 250.000 articoli. Numeri ai quali quest’anno si aggiungono ora «quelli di Myzip – spiega l’amministratore delegato Gaetano Lanfranchi – entrata nel nostro gruppo». Di questo e molto altro si legge nel «bigino», che neppur tanto è un «bigino». Se non nello storico soprannome.
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