Costo del lavoro in lenta crescita con 11mila dipendenti in più

Anche se il termine «capitale umano» non piace a tutti, i dipendenti rappresentano l’investimento più importante di qualsiasi impresa: negli ultimi due anni la sensibilità su questo tema e le preoccupazioni collegate sono significativamente aumentate.
Vi sono molti elementi che in futuro potrebbero incidere sui posti di lavoro e riflettersi sui tassi di occupazione: nessuno, da solo, è determinante ma, insieme, divengono rilevanti. Da una parte, il crescente tasso di innovazione richiede personale con competenze specifiche, più qualificato, che le aziende faticano a trovare. Il problema dell’asimmetria tra domanda e offerta non è certo nuovo ma in questi anni si è acuito, senza ricevere risposte concrete dalla filiera formativa che dovrebbe lavorare sempre più in una logica di co-progettazione invece che a compartimenti stagni.
I cambiamenti più significativi, solo per fare alcuni esempi, sono l’enorme sviluppo del digitale, la crescente disponibilità di dati e informazioni che va gestita e avvalorata, le nuove tecnologie che in modo riduttivo vengono ricondotte solo a Industria 4.0, i nuovi modelli di business con impatto notevole sulla struttura organizzativa e sui sistemi di controllo, l’evoluzione dei lavori tradizionali dell’area amministrativa che richiedono sempre meno interventi manuali, le nuove figure del mondo giuridico.La formazione rappresenta, quindi, la sfida più difficile e stimolante da affrontare: necessita di flessibilità e di tempi rapidi nelle decisioni e nei cambiamenti, nulla a che fare con la situazione attuale. La complessità non richiede solo conoscenze, che cambiano a velocità disarmante, ma strumenti per affrontare problemi sempre diversi, capacità analitiche per fronteggiare situazioni dai contenuti e dai confini poco prevedibili.
Contestualmente, un aspetto non certo trascurabile riguarda le crisi aziendali che si stanno manifestando e si manifesteranno sempre più in futuro se il contesto economico e politico non daranno risposte immediate alle profonde modificazioni che stanno connotando il modo di fare impresa e le principali filiere produttive: si pensi per la nostra provincia, a solo titolo esemplificativo, all’automotive, di cui si stanno sottovalutando i possibili effetti dirompenti.
Nell’ambito di questa profonda trasformazione e vista la sua rilevanza, si esamina l’evoluzione del costo del lavoro e del numero di dipendenti nel triennio 2018-2020 delle prime 1.000 imprese bresciane per fatturato (vedi metodologia). Il costo complessivo del lavoro è sempre superiore ai 7 miliardi e in lenta crescita nel triennio (+0,9% medio annuo): dopo l’incremento del 2019, nel 2020 i valori sono tornati di poco superiori a quelli di inizio periodo.
La dinamica è sostanzialmente simile nelle tre fasce dimensionali, con tassi di crescita di poco più alti nelle imprese più piccole. Il numero di dipendenti a fine 2020 è di poco superiore a 156mila, in crescita del 3,8% medio annuo nel triennio. Sul costo medio unitario del lavoro, si osserva una contrazione nel triennio pari al 2,9%, che ha caratterizzato soprattutto le imprese più grandi: nel 2020 il valore è vicino ai 46mila euro, più alto nelle imprese maggiori.
Ponendo ora l’attenzione all’impatto del costo del lavoro sul conto economico, esso incide mediamente sul fatturato per il 12,4%, in crescita di un punto percentuale rispetto a inizio periodo: tale percentuale è inversamente proporzionale alla dimensione. Nelle imprese di minori dimensioni, infatti, l’incidenza media è del 15% (nel 2020 vicina al 16%), nelle più grandi del 12%.
L’ultimo aspetto da esaminare prende avvio dal valore aggiunto, cioè il valore che l’impresa, con i propri fattori interni, aggiunge a quello delle risorse ottenute dall’esterno. Si tratta, quindi, di una misura (non l’unica) del grado di originalità di un’azienda e del suo contributo alla società, figurativamente rappresentabile come una torta da destinare a vari commensali, tra cui i dipendenti: è quindi molto interessante capire la fetta a loro destinata.
Complessivamente tale quota aumenta di due punti percentuali nel triennio, passando dal 53,2% al 55,5%: vi sono però profonde differenze, come è normale che sia, in funzione della dimensione. Nel 2020, nelle imprese più piccole, la fetta di valore aggiunto destinato ai dipendenti è del 63,6%, nelle più grandi del 53,8%: in entrambe il valore è cresciuto nel triennio. Nella fascia centrale, invece, c’è stata una leggera riduzione, con l’incidenza che si colloca al 56,9%.
È opportuno specificare che una maggiore incidenza non significa remunerazioni più alte: infatti, laddove assume maggiore rilevanza la dimensione tecnologica e/o la qualificazione media del personale è più alta, la fetta destinata potrebbe essere più piccola ma la remunerazione più alta, in quanto il lavoro più «intellettuale» permette di ottenere una torta più grande.
Le domande da porsi
Disegnato il quadro evolutivo delle nostre principali imprese, si vuole tornare al punto iniziale relativo alle preoccupazioni: non vi è dubbio che la tecnologia, la robotica, stanno modificando il lavoro e i luoghi in cui si svolge.
Domandarsi solo quanti posti di lavoro saranno sacrificati porta fuori strada e non risolve il potenziale problema: molti se ne perderanno ma tanti altri (e meglio pagati) ne sorgeranno. La vera domanda da porsi è come formare sia i lavoratori già attivi, sia i giovani che si stanno affacciando al mondo del lavoro per essere adeguati alle nuove occupazioni: di nuovo la sfida della formazione (lifelong learning), come chiave del successo futuro.
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