Brescia, in 2 anni 1.000 colf e badanti in meno: l’ombra del lavoro nero

È uno dei settori in cui storicamente si registrano le più alte percentuali di lavoro nero o grigio (oltre il 50% di media in Italia), ma i dati sembrano persino in peggioramento, a Brescia come nel resto della Lombardia. Secondo il Rapporto 2025 Family (Net)work realizzato dal Censis e promosso da Assindatcolf, nel Bresciano i lavoratori domestici regolari sono 14.752 (quasi un decimo di tutti coloro che operano con contratto in Lombardia) ma sono in sensibile calo.
In Lombardia
Se Mantova, Bergamo e Lodi nel biennio 2022-2023 hanno registrato fino al 14% in meno di colf e badanti, Brescia si ferma al -9%, ma è comunque un buco pari a oltre un migliaio di professionisti. Se allarghiamo il confronto con il 2015 troviamo un calo pari al 15%; i dati ci dicono che la riduzione è quindi divenuta più veloce nell’ultimo periodo.
Improbabile che la ragione sia da ricercare nella minore richiesta: la popolazione invecchia costantemente ogni anno di più e con essa crescono le necessità di una fetta di una società fragile che ora si fa sempre più ampia. Cosa succede allora? È più probabile che i datori di lavoro - ovvero le famiglie - ricorrano a semplici accordi verbali per l’attività di assistenza agli anziani. Secondo Fisco e Inps la stima dell’evasione ammonta a 150 milioni di euro solo a Brescia.
In sostanza meno contratti regolari e più lavoro nero. Il fenomeno pare generalizzato, tanto che la stessa flessione di lavoratori domestici regolari viene riscontrata anche a Cremona (-12%), Pavia (-10%), Varese (-9%) oltre alle già citate province lombarde. E sono percentuali significative considerando la Lombardia si conferma la regione col numero più alto di lavoratori domestici (158.378 nel 2024, secondo l’Osservatorio Inps, dei quali l’88,2% donne e solo l’11,8% uomini). Persino a Milano, dopo un boom tra il 2019 e il 2020, si assiste ad una riduzione importante della domanda (nel 2023 sono 82.142 i lavoratori del comparto, oltre 10mila in meno rispetto a tre anni prima) a prospettare una nuova diffusione del «lavoro informale».
Nel dettaglio
Dei circa 15mila lavoratori domestici regolari che operano nella nostra provincia (il 90% sono donne), in base ai dati Inps, le badanti sono poco meno di 7mila, in crescita: passate dalle 6.082 del 2015 alle 6.978 del 2024. In crescita anche l’età media: dieci anni fa le ultrasessantenni erano circa il 12%, oggi sono il 30%. Per quanto riguarda i redditi, solo 5.470 colf e badanti denunciano più di 10mila euro; però le persone che hanno dichiarato redditi lordi superiori ai 13 mila euro sono più che raddoppiate: da 1.444 di dieci anni fa a 3.410 del 2024.
In Italia, i lavoratori domestici che hanno versato contributi nello scorso anno sono stati 817.403 - anche in questo caso in calo rispetto al 2023. A livello nazionale la flessione si attesta al 2,7%, pari a 23.036 lavoratori in meno. Si tratta di un decremento comunque molto più contenuto rispetto a quelli del 2023 (-7,1%) e al 2022 (-7,2%), che seguivano gli aumenti del biennio della pandemia e della regolarizzazione prevista dal Decreto Rilancio. Fenomeni simili di calo si erano d’altronde già verificati dopo le regolarizzazioni del 2009 e del 2012, che avevano incentivato l’emersione di lavoro domestico irregolare. Dal 2022 ad oggi, comunque, il numero di lavoratori domestici regolari è in costante diminuzione.
Preoccupazione
«In Italia non possiamo permetterci di avere più di un milione di lavoratori irregolari solo nel nostro settore, è uno scandalo», commenta Alfredo Savia, presidente dell’associazione nazionale dei datori di lavoro domestici «Nuova collaborazione». In sostanza, a fronte di quasi 829mila regolari ce ne sono almeno un milione irregolari. «C’è bisogno di maggiore impegno della politica, che deve dare un segnale e cercare di regolarizzazione quella mano d’opera che in Italia già abbiamo - continua Savia -. Il lavoro svolto in ambito familiare va considerato come una risorsa strategica per il futuro del Paese, capace di rafforzare l’occupazione femminile, sostenere il benessere delle famiglie e ridurre le disuguaglianze sociali. Non è più sostenibile considerare l’assistenza familiare come una congenialità privata e invisibile».
Il trend però preoccupa, anche per una certa cultura delle famiglie a ricercare escamotage per evitare di firmare contratti e pagare contributi a chi svolge lavoro di assistenza agli anziani. Forse, allora, anche su un cambio di mentalità sociale si dovrebbe lavorare.
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