Cultura

Yoko Yamada: «A Lol per mettermi alla prova. Che choc non far ridere»

La bresciana, star della stand up comedy, è nel cast della sesta edizione dello show disponibile dal 23 aprile su Prime Video
Yoko Yamada
Yoko Yamada
AA

Quando la intercettiamo al telefono sta camminando per Venezia. E vagando ci racconta delle gita delle elementari a cui si è portata gli onigiri; e del suo esordio a un open mic in cui voleva parlare di colite ulcerosa e ha finito per stendere la platea col racconto di come i giapponesi non sappiano dire di no. E quando finalmente arriviamo alla sua partecipazione a «Lol», in onda su Prime dal 23 aprile, dal cielo le piove una cacca di piccione addosso. Farebbe ridere, non fosse per la giacca («dici che la devo lavare subito?»), e visto che non siamo concorrenti del format più perfido della tv ci concediamo una risata con lei.

Ovvero Yoko Yamada, star della comicità italiana. Bresciana di nascita, ma con papà giapponese, sta inanellando un sold out dopo l’altro nei teatri d’Italia col suo spettacolo «Stellina scintillina» che tornerà il 29 aprile alle 21 al Teatro Santa Giulia, dove replica il tutto esaurito di gennaio. Nel frattempo la vedremo alle prese coi colleghi nel comedy show «Lol 6: chi ride è fuori», in cui la missione è non ridere alle battute degli altri.

Yoko, come è stato crescere nella provincia bresciana con un background culturale e un cognome diversi?

Ho in mente una scena. Alla gita scolastica delle elementari tutti avevano pane e prosciutto e io ho tirato fuori gli onigiri, destando molta curiosità. Ho avuto un’infanzia diversa ma parecchio felice. Anche se gli Yoko Poko ma Yoko me li sogno ancora.

Hai sempre fatto ridere o è un talento che hai scoperto in età più matura?

Non ricordo che da bambina facessi particolarmente ridere. Direi che ho cominciato durante l’adolescenza, al liceo Leonardo, ma ancora non lo facevo di proposito.

E quando invece hai deciso di fare sul serio?

Era il 2 dicembre del 2017. In teatro a Venezia ho visto Luca Ravenna: era il mio primo spettacolo di stand up comedy dal vivo e mentre mi sbellicavo ho pensato che ci volevo provare anche io. Così mi sono iscritta alle serate open mic organizzate da Nicolò Falcone e quando ho visto la gente che rideva al mio pezzo ho capito che forse ce l’avevo quella cosa lì.

Ricordi di cosa parlava?

Era quello dei giapponesi che non sanno dire di no. In realtà dovevo parlare di altro. Avevo in mente un pezzo catartico sulla colite ulcerosa che mi avevano diagnosticato in quel periodo. Ma è finita che invece che di me ho parlato di mio padre.

Quando è arrivata la svolta?

Nel 2020 ho fatto il primo spettacolo di un’ora a Padova davanti alla gente con le mascherine. Poi a un certo punto è arrivata la chiamata da Comey Central, che per me è l’olimpo dei comici, e ho pensato: wow. Poi c’è stata la finale di Italia’s Got Talent e il pezzo del chotto che è diventato virale. Finché la gente ha iniziato a pagare il biglietto per vedermi sul palco.

Visti i tuoi numeri sui social qualcuno ti considera un’influencer. Tu come la vedi?

Io mi ritengo una comica da palco e considero i social una vetrina. Per questo preferisco postare solo spettacoli vecchi: non voglio spoilerare le battute. Addirittura penso ci sia fin troppa roba di me online.

Come è stata l’esperienza a «Lol»? Puoi anticiparci qualcosa?

La chiamata è arrivata inattesa alla mia agenzia e inizialmente ero titubante. Ho sempre detto che fatico con l’improvvisazione e «Lol» è improvvisazione al 98%. Le mie manager però mi hanno detto di pensarci su, così ho parlato con la mia compagna e gli amici. Sono strati loro a convincermi che due o tre cartucce da giocarmi le avevo e allora l’ho presa come sfida per uscire dalla proverbiale comfort zone. All’inizio ero spaventata dal format e poi, si sa, i comici sono il pubblico peggiore.

In che senso?

Nonostante tu sappia che i concorrenti non rideranno, che è normale e che fa parte del gioco, quando poi vedi che effettivamente non ridono è tremendo. All’ennesima cosa che fai per far ridere e non ridono ti passa la voglia. Sei avvilito. Io comunque sono molto competitiva e avevo a mia volta una strategia: pensare che fossero tutti morti e di essere rimasta solo al mondo. E se non bastava: schiaffi in faccia.

Il 29 aprile torni a Brescia. Giocare in casa è più facile o più difficile?

Per me è più difficile sapere che fra il pubblico ci sono i miei, mia sorella, gli zii, i cugini.... Un conto è esibirti dove non conosci nessuno e un altro farlo davanti a chi ti conosce da una vita.

C’è qualcosa di cui non parli nei tuoi monologhi?

Di attualità. Non perché non voglia espormi, ma perché ho bisogno di tempo per elaborare le cose che scrivo.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

Iscriviti al canale WhatsApp del GdB e resta aggiornato

Icona Newsletter

@News in 5 minuti

A sera il riassunto della giornata: i fatti principali, le novità per restare aggiornati.

Suggeriti per te

Caricamento...
Caricamento...
Caricamento...