Varisco: «La nostra arte nata tra i bar di Brera, creata in ferramenta»
In occasione della sua lectio magistralis all’Accademia di Belle Arti Santa Giulia che ha inaugurato ieri l’anno accademico, Grazia Varisco (Milano, 1937) ci racconta il suo percorso, le sue ispirazioni, il suo punto di vista sull’arte. Dopo aver esordito nell’arte cinetica e programmata, Varisco ha continuato a innovare, esplorando le dinamiche percettive del movimento e dello spazio, cui si dedica ancora oggi con intatto entusiasmo.
Dopo la partecipazione alle Biennali e la grande antologica allestita a Palazzo Reale di Milano, oggi il suo lavoro è documentato anche nella nuova Galleria «Gesti e processi» al Museo del Novecento.
I suoi esordi ci parlano di un mondo pieno di possibilità, in particolare l’ambiente milanese, dove accanto ai corsi tradizionali all’Accademia di Brera, si frequentavano i territori dell’avanguardia. Cosa ha significato vivere quegli anni?
«Era il tempo in cui la Milano del boom fioriva sotto il nostro sguardo. Sul percorso del Tram n. 1 che per anni mi ha portato prima al Parini e poi a Brera ho visto la città crescere e trasformarsi con un’energia straordinaria. Con miei compagni d’Accademia, Boriani e De Vecchi, e poi Colombo e Anceschi, seguendo il corso sull’affresco di Achille Funi, abbiamo assimilato l’importanza della disciplina e del metodo, indispensabili per ottenere ciò che si ha in mente. Passavamo ore a disegnare secondo le sue indicazioni sommesse seppur perentorie: ci trattava con familiarità, ma non esitava a cancellare con rigore ciò che non andava. Frequentavamo anche il corso di storia dell’arte di Guido Ballo, che si occupava di Futurismo: lui è stato la nostra vera guida, colui che ci ha aperto la mente e ci ha fatto scoprire ciò che avveniva fuori dalle aule istituzionali. Le sue lezioni erano affascinanti, ma soprattutto, fuori orario, anche davanti a un tè nei locali del quartiere (evitavamo il Jamaica, troppo “da pittori” per noi), parlavamo dei concetti che ci appassionavano: il rapporto spazio/tempo, il cambiamento, la variazione».
E da lì nacque il Gruppo T, di cui lei era l’unico membro femminile.
«Esattamente. Imparare la storia dell’arte è stato un mezzo per affascinarci alla materia del bello e alla sua ricerca, anche su un crinale così strano come quello del tempo (la T sta per tempo), che ci eravamo proposti di esaminare. Eravamo interessati al cambiamento dell’immagine, ma non alla sua rappresentazione, quanto allo stato di trasformazione e di variazione, cioè al movimento. I nostri interessi erano così saldi e condivisi che non esitai a chiedere “Perché io no?” dopo la prima mostra dei quattro colleghi, a cui non fui invitata a causa di un condizionamento sociale molto radicato, a cui non ho mai dato peso. Usavamo materiali nuovi e ci servivamo in ferramenta, eravamo gli “accademici dei nuovi strumenti”. Invitavamo il pubblico a interagire con il nostro lavoro e a diventare artista insieme a noi: il motto era “si prega di toccare”. Osservavamo la variazione, gli opposti, il caso. Quest’ultimo è stato forse l’elemento centrale di tutta la mia ricerca».
Da allora non ha mai smesso di occuparsi di questi temi e a lungo ha anche insegnato «Teoria della percezione», qual è il messaggio che il suo lavoro consegna ai giovani?
«Ho sempre sentito la responsabilità di trasmettere tutto l’entusiasmo che deriva dalla consapevolezza che è un privilegio enorme poterci occupare di quello che ci piace. Il titolo del mio intervento “Arte è vita, arte évita” rivela il mio atteggiamento ludico: amo giocare con le parole e mi piace che il gioco sia stimolo e strumento di conoscenza. Invito i giovani artisti a scrivere ogni giorno un pensiero, che va poi finalizzato, ritornandoci sopra senza arrendersi finché non diventa opera, cioè espressione del nostro modo di concentrarci sull’esperienza del bello. Aggiungo che la fortuna di fare arte è proprio il dono di poter sentire che qualcosa che ti sta nascendo dentro riesce ad emergere, come un palpito, che però ha bisogno di essere ascoltato con attenzione per completarsi».
Qual è oggi il pensiero su cui lei continua ad insistere?
«Come sempre mi affascinano la variazione e la precarietà. In una foto d’infanzia, mentre i miei fratellini fissano l’obiettivo, io ho lo sguardo puntato verso l’alto, probabilmente verso il cielo. Oggi, costretta dall’età a guardare bene dove metto i piedi, ho imparato a cercare il cielo nelle pozzanghere: la sua meravigliosa transitorietà, che si riflette nell’acqua, mi commuove profondamente e mi fa provare un vero e proprio stato di grazia, di cui sono immensamente riconoscente».
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