Cultura

Tullio Pericoli: «Nei miei ritratti l’alleanza con il volto "delatore"»

L'artista sabato 13 maggio presenterà alla Galleria dell'Incisione il suo ultimo libro, con una mostra
«Natura morta e fortezza», 1989, sarà in galleria dell’Incisione
«Natura morta e fortezza», 1989, sarà in galleria dell’Incisione
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«Ritratti di ritratti» (Adelphi) è il nuovo libro di Tullio Pericoli. L’artista, per anni collaboratore di giornali e riviste, lo presenterà in città oggi, sabato 13 maggio, alla Galleria dell’Incisione, dove sarà inaugurata una sua mostra.

Lo abbiamo intervistato.

Maestro, partiamo dal titolo del libro: che significa?

Ormai è anni che non faccio più ritratti, qui metto in mostra un «cantiere di lavoro», con materiale che arriva dal passato, in cui ci sono cose finite, altre in corso d’opera, ma anche scarti, cose marginali. È un modo per verificarmi sul lavoro che ho fatto, oltre che per mostrarlo agli altri.

Si dice che il mago non svela mai i suoi trucchi, qui lei in qualche modo lo fa.

Nei giochi di prestigio il trucco riesce, qui invece c’è anche la dimostrazione degli errori, delle cose che non sono riuscite o sono riuscite male, e il tentativo di portarle a termine e rimediare. È uno specchio sul lavoro in corso.

Come procedeva?

Ho sempre preferito partire dalle fotografie piuttosto che dal vivo, anche se molti autori erano miei amici, li frequentavo e li conoscevo bene. Le foto a volte sono più veritiere del vero, colgono momenti, scintille che si accendono per un attimo sul volto e che all’occhio sfuggono. Poi, raccoglievo tutto quello che c’è intorno alla persona, informazioni sul suo lavoro, sulla sua vita. E andavo a cercare nei segno del viso le cose che avevo letto.

Le sue sono caricature?

Preferisco il termine «ritratti caricati», in cui ci sono linee, zone messe in maggiore evidenza, per rendere l’idea che si ha di quel volto, caricarlo di maggiori significati.

Qualcuno si è mai offeso?

Rarissimamente. Piuttosto mi è capitato che qualcuno, che aveva insistito per avere un mio ritratto, poi ne è rimasto deluso. Davanti al proprio ritratto si è sempre un po’ incerti. Ricordo una frase di Umberto Eco che davanti a un suo ritratto - gliene ho fatti decine e decine - disse che non ci si ritrovava un gran che, però, aggiunse, «ci ritrovo una mia zia, mio nonno e un mio lontano parente». Fu uno dei più bei commenti e complimenti, perché in qualche modo lì c’era qualcosa della sua storia, della sua profondità.

Un ritratto può svelare l’anima, il carattere?

Sì certo, è la cosa più importante da cercare. Edmondo de Amicis, che al volto dedicò un breve saggio molto acuto, disse che il volto è un «delatore», qualcuno di cui noi ci fidiamo perché fa parte di noi, che però ci tradisce, rivela qualcosa che cerchiamo di nascondere. Il volto tradisce questa fiducia e il ritrattista deve allearsi con questo traditore, per svelare qualcosa del profondo, dell’anima e del carattere di chi è ritratto.

Nei suoi ritratti c’è più illustrazione o arte?

Perché usa la parola illustrazione per i ritratti? Non illustrano niente i ritratti...

In molti suoi ritratti si vede una ricerca più pittorica...

In tutti i miei ritratti c’è una ricerca pittorica. Quando lavoravo molto intensamente per i giornali mi ero scritto in testa un motto: «vorrei fare il pittore sui giornali». Non ho mai amato la parola illustrazione perché è qualcosa che sa di gregario. I disegni sono tutte opere con una propria autonomia, che siano a matita o che siano dipinti a olio su tela. Sono opere che hanno la propria vita la propria storia e sono firmate dall’autore. Il fatto che appaiano stampate su un giornale non le fa diventare illustrazioni, rimangono opere in quanto tali.

Lei ha lavorato molto sul volto di Samuel Beckett.

È la faccia più bella, intensa ed espressiva del Novecento, e c’è una strana sintonia tra le rughe del volto di Beckett e le righe dei suoi testi, come se lui avesse scritto in faccia la sua storia di scrittore e di artista. Come per il paesaggio mi sono esercitato molto su quello delle Marche, dove sono nato, così per il ritratto il volto di Beckett è diventato la mia palestra in cui esercitare tutti i possibili strumenti pittorici.

C’è vicinanza tra ritratto e paesaggio?

Anni fa in una mostra intitolata «Lineamenti» mettevo a confronto paesaggi e ritratti. Tra queste due pelli, la pelle del paesaggio e quella del volto non c’è una grande differenza, anche come terminologia: fossi, avvallamenti, rughe, righe... Entrambi contengono l’interiorità, umana e geologica. La differenza è nel tempo, la storia del personaggio è la storia di qualche decennio, quella del paesaggio è la storia millenaria; quella disegnata sul volto è la storia di un individuo, quella che appare sulla superficie di un paesaggio è la storia di una comunità.

Ha ancora un ruolo la creatività, all’epoca dell’intelligenza artificiale?

Credo che nelle opere, e nelle opere d’arte soprattutto, si debba sentire la presenza del corpo di chi l’ha creata, vedere il gesto della mano, sentire il contatto della mano con il pennello e del pennello con la superficie dove si dipinge. Le tecniche che allontanano il corpo dall’opera sono povere della presenza dell’uomo. Mi ricordo un’intervista ad una restauratrice che su un dipinto di Bramante aveva scoperto l’impronta di un dito del pittore, un’emozione straordinaria. Noi dovremmo lasciare sempre una piccola impronta digitale sulle cose che facciamo.

Lei ha una laurea honoris causa in architettura, e a Brescia dialogherà con uno storico dell’architettura...

Ma non mi sento per niente architetto, nel senso professionale del termine. Mi sento più un operaio di cantiere, che lavora con le mani, con il corpo, impegnato fisicamente in un lavoro di costruzione.  

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