«Tesori fluviali»: un libro per raccontare le bellezze del fiume Oglio

«La chiamano ancora la Spiaggia dei poveri...». Può sembrare che nasconda una punta di provocazione, iniziare un volume che si intitola «Tesori fluviali» parlando del luogo dove nelle estati afose degli anni del boom economico trovavano refrigerio quelli che non potevano permettersi le vacanze.
Ma ha una logica stringente avviare la scoperta della sponda bresciana dell’Oglio proprio da Pontoglio: non solo perché qui sta uno dei più antichi ponti sul fiume, che sono sempre stati pochissimi, ma anche perché da queste parti si collocano alcune delle pietre miliari della storia dei confini tra Brescia e Bergamo, tra la Serenissima e il Ducato di Milano, tra i potentati che sulle due rive si sono contrapposti.
La data più significativa è quella del 7 luglio 1191, giorno della battaglia della Malamorte, che segnò la vittoria dei bresciani e il loro diritto a controllare le acque del fiume, ricavandone benefici per le coltivazioni dei campi ed energia per mulini, segherie, magli, filande e opifici. A Pontoglio si incontra anche quel che resta di uno dei luoghi più importati della cosiddetta archeologia industriale, la fabbrica del velluto, testimonianza della stagione che portò questa zona a conquistarsi la nomea di Manchester italiana, a cavallo tra Ottocento e Novecento. Non è facile sbrogliarsi nell’intricata e avvolgente matassa della storia percorrendo sponde ed entroterra dell’Oglio, da Sarnico fino a Seniga, ultimo Comune nostro bagnato dal fiume.

Enrico Mirani ed Ilaria Mirani (nipote del co-autore) sono riusciti ad offrire una serie di fili che aiutano a non perdersi nel labirinto del passato. Una raffinata scelta di foto conferma quello che la narrazione fa immaginare.
L’area è ricchissima di stratificazioni sorprendenti. Le più antiche sono venute alla luce con gli scavi più recenti dell’autostrada BreBeMi, a rivelare insediamenti romani e longobardi. Poi ci sono i secoli del Medioevo e del Rinascimento, con castelli e dinastie che allungano le loro influenze fino a metà del Novecento. E se i Martinengo, nelle loro ramificazioni genealogiche, hanno dominato l’intera sponda, non mancano altre casate, come i Fenaroli e quel Giuseppe che si fregiò del titolo di maggiordomo di Napoleone, oppure i Gambara, che ebbero il feudo più a sud. Per non parlare della Serenissima Orzinuovi.
Ogni epoca ha lasciato stemmi e palazzi, insediamenti e patrimoni in un territorio vasto. Campi, alberi, rive, laghetti e pietre che parlano. Alcune volte basta la forza dei nomi: Madonna della Spiga, Castelletto, Chiavicone... Altre volte si deve cercare con attenzione per cogliere bellezze sparse: tante le chiese, molte le pievi. E i musei: lo scrigno della Biblioteca Morcelli e della Pinacoteca Repossi a Chiari, la collezione archeologica di Manerbio, i cimeli della Civiltà contadina a Mairano. Le bellezze della natura incorniciano una campagna che la mano talvolta pesante dell’uomo non è riuscita a rovinare. E una vita di rara genuinità.
Le sagre e le feste sono spesso legate a una tradizione contadina carica di gusto e sapori. Tra i tesori fluviali non si possono dimenticare formaggi e insaccati, la minestra sporca - il mitico ricötì - il sanguinaccio e le lumache in umido, il bertagnì e la frittata di rane. Infine, i casoncelli: per sfuggire a diatribe, gli autori si sono rifugiati in famiglia, dietro la ricetta segreta di Nonna Ester.
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