Cultura

Al Sociale «Stai zitta!» di Michela Murgia: «Usiamo l’arma della parola»

Giulia Camilla Bassi
Antonella Questa, con Valentina Melis e Letizia Bravi, porta al Teatro Sociale il 30 novembre il testo della scrittrice morta nel 2023
Una scena di Stai zitta - Foto Francesco Capitani
Una scena di Stai zitta - Foto Francesco Capitani
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Le voci che non vogliono più essere messe a tacere si levano forti e chiare. Arriva in scena a Brescia lo spettacolo «Stai Zitta!», di e con Antonella Questa, Valentina Melis e Letizia Bravi, regia di Marta Dalla Via. Lo spettacolo sarà sul palco del Teatro Sociale domenica 30 novembre, alle 20.30 nell’ambito di Duende. Festival di arti performative e nuove tecnologie (biglietti ancora disponibili da 11,80 euro).

Ispirato all’omonimo saggio di Michela Murgia, lo spettacolo attraversa con brillante ironia le frasi che le donne non vogliono più sentirsi dire, per smontare stereotipi, atteggiamenti paternalisti e cliché che ancora oggi si manifestano nell’uso discriminatorio del linguaggio, volto a definire e limitare il ruolo femminile in una società ancora intrinsecamente patriarcale. Abbiamo incontrato Antonella Questa per un approfondimento su questi temi.

Antonella, come è nata questa trasposizione?

È nata dal forte desiderio mio e di Valentina Melis di lavorare insieme sul palco. All’epoca c’era anche Teresa Cinque, che oggi è stata sostituita da Letizia Bravi. Conoscevamo e frequentavamo Michela, ma è stata Valentina, che le era molto legata, a proporre l’idea di portare “Stai zitta!” in teatro. Lo spettacolo è nato così: dall’urgenza di creare un lavoro femminista che avesse un impatto.

Fin da subito è stato un grande successo…

Non ci aspettavamo un riscontro simile. Ormai parlo di trionfo, senza alcuna falsa modestia: lo spettacolo ha debuttato a luglio 2023 e, prima ancora di cominciare la tournée, i biglietti erano già sold out.

C’è una grande necessità di ascoltare questi temi…

Ci siamo rese conto che il pubblico tornava a vederlo, portando anche amici, figli… Questa ondata di affetto e di seguito arriva sia da uomini che da donne. È un pubblico estremamente variegato e questo dimostra quanto ci sia ancora bisogno di ascoltare le parole di Michela Murgia.

E come prendono forma sul palco queste parole?

Noi le impersonifichiamo, siamo delle personagge. Io sono l’ancella del patriarcato, Valentina è “mamma e pure brava”, Letizia sembra la donna decostruita ma in realtà ha ancora un patriarcato interiorizzato… C’è un bisogno viscerale di parlare di questi temi, di confrontarsi e di non sentirsi sole e soli di fronte alla violenza di genere, che passa anche dal linguaggio

Qual è la frase più rappresentativa tra quelle narrate?

Sono tutte talmente vere! Ce le siamo distribuite per divertirci ad utilizzare quelle che ci colpivano di più. Io ho scelto “come hai detto che ti chiami?”, cioè quando non si usa il cognome delle donne - veniamo chiamate sempre per nome -, oppure quando si mette l’articolo determinativo davanti al cognome. Anche “Ma è solo un complimento!”: no, non lo è e tu mi stai molestando. Non sono un pezzo di carne e non devi commentare il mio corpo o il mio abbigliamento.

Michela Murgia è riuscita a vedere lo spettacolo?

Purtroppo no, e questo è il mio grande rammarico… Stavo cercando di organizzarlo a Roma, ma non siamo riuscite ad arrivare in tempo. Però lei c’è sempre stata: le mandavamo i nostri video delle prime date estive, di come stavamo lavorando sulla prosa… È sempre stata con noi.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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