Al Sociale la commedia di Feydeau: «Lucido sguardo sul perbenismo»
Georges Feydeau è un commediografo francese d’inizio Novecento. Carmelo Rifici e Tindaro Granato hanno deciso di prenderlo, analizzarlo, rispolverarlo e adattarlo al presente: hanno scelto così «La pulce nell’orecchio», che permette loro di ragionare sul linguaggio e sulle sue ambiguità. La trama è semplice: Raimonda crede che il marito Vittorio Emanuele abbia un’amante. Da questa «pulce nell’orecchio» prende avvio la macchina degli equivoci e dei fraintendimenti, rocambolesca e inverosimile e molto comica.
La pièce andrà in scena al Teatro Sociale in via Cavallotti dal 19 al 23 febbraio (biglietti da 15 euro su Vivaticket), con un folto cast guidato da Tindaro Granata, Christian La Rosa, Carlotta Viscovo e Alfonso De Vreese. Abbiamo intervistato Carmelo Rifici.
La pièce si fonda sul tema del linguaggio e sulle sue ambiguità. Si tratta quindi di una classica commedia degli equivoci, un genere che sembra non perdere mai smalto… È così?
Abbiamo preso Georges Feydeau intessendo un discorso sul linguaggio comico. L’obiettivo era creare una commedia che potesse essere catartica dal punto di vista della sua effervescente vivacità. Non la si può però prendere solo per la trama degli equivoci e del classico gioco della moglie che pensa che il marito abbia un’amante. Ha una sua follia, una sua amarezza. Un piano surreale e folle di giocosità che irrompe in scena in maniera prorompente, con un finale che guarda alla società che Feydeau descrive con una sorta di cupezza e amarezza attraverso il suo sguardo lucido su un certo tipo di perbenismo. La commedia svela le stratificazioni del linguaggio che negli spettacoli su Feydeau vengono spesso nascoste. Anche perché viene usata dalle compagnie di giro che la portano come un divertissement. Certo, la macchina di Feydeau ha la capacità di generare una sana risata, ma si va anche all’origine del comico: cosa nasconde la maschera? Cos’è l'ombra? Questa origine sta anche nello sguardo amaro che l’autore ha su una società che tende a nascondere funzioni vitali sotto una patina di conservatorismo che qui viene messa alla berlina.
Quanto conta il cast in questo gioco comico?
È fondamentale. Non puoi sbagliarlo. La comicità è molto più complicata della tragedia, se si vuole che abbia un senso oltre all’intrattenimento. Bisogna che siano attori liberi ed estremamente fantasiosi. Costruendo la squadra ho voluto una compagnia giovane ma con esperienza, che avesse nel Dna follia ed empatia con il pubblico. Dovrei citarli uno a uno, perché ognuno porta qualcosa.

L’adattamento e la drammaturgia le ha curate con Tindaro Granata. Come avete lavorato?
Io conosco perfettamente il francese e ho pensato alla traduzione. Via via che traducevo, gli chiedevo di aiutarmi a spostare nell’oggi certe dinamiche fin troppo legate al tempo storico di Feydeau, cercando corrispettivi che parlassero a noi. Le abbiamo trovate in un certo cinema italiano, non la commedia all'italiana, ma la commedia figlia del neorealismo. Uno su tutti: «Ci eravamo tanto amati» di Ettore Scola. Tindaro è un grande conoscitore di quel cinema. Gli ho chiesto di rinfrescare certe situazioni con uno sguardo sull’Italia e sul nostro cinema. Non lo si vedrà apertamente, resta uno spettacolo completamente libero. Ma c’è un gioco folle, una possibilità di ribaltamento del reale, degli usi e delle maschere. Tendiamo a superare la maschera comica mettendola a rischio. Ci siamo divertiti ad ampliare le dinamiche dei personaggi portando al pubblico qualcosa che ha già visto e reso parodistico attraverso lo sguardo. Nello spettacolo tutto ciò crea un gioco folle ma divertente.
Di tutte le letture che il pubblico potrebbe trarre, qual è quella che vi preme di più trasmettere?
La trama si svolge in due luoghi: la casa borghese e l’hotel dei facili scambi sessuali. Ciò che vogliamo mostrare è come quell’hotel sia un nascondiglio delle pulsioni vitali ed erotiche presenti in ogni casa, ma che il perbenismo tende a nascondere e soprattutto a spegnere. La parte dionisiaca ed eclettica della vita. La società ci chiede di essere controllati. Ed è giusto ma sul palco il controllo viene meno. Gli attori portano al pubblico la liberazione e la possibilità catartica. Qualunque casa, qualunque famiglia ha dentro sé la possibilità di liberare l’istinto alla fantasia e alla follia. Non è detto che sia negativo o diabolico. A giuste dosi renderebbe la vita più interessante.
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