Tarabbia: «Rileggo Parise per raccontare la violenza sdoganata dall’ideologia dei nostri giorni»

«Sono un grande amante dei romanzi incompiuti, dei palazzi non finiti, delle sinfonie con meno movimenti di quelli previsti perché danno la possibilità di poter ancora esplorare tutto. Ho sempre lavorato sui documenti facendo romanzi storici, e sul concetto di incompiuto perché di una storia non si sa mai tutto ma solo quello che i documenti riportano. Il mio lavoro di scrittore spesso è riempire dei buchi, quando i documenti non svelano molto. Ho applicato lo stesso metodo a "L’odore del sangue", romanzo incompiuto di Goffredo Parise, un libro non finito in cui non nomina mai il giovane fascista per cui perde la testa la protagonista, lasciando dei buchi che io con l’immaginazione e la curiosità ho cercato di riempire».
Nel nuovo romanzo di Andrea Tarabbia, «Il continente bianco» (Bollati Boringhieri, 252 pagine, 16 euro), il romanzo incompiuto e pubblicato postumo di Parise ha un seguito imprevisto che fa la quadratura delle vicende lasciate aperte dallo scrittore vicentino scomparso nel 1986. Silvia, matura signora borghese moglie di uno psicoanalista e amante di un giovane di estrema destra, Marcello Croce, diventano protagonisti di un amore clandestino in un contesto ideologico in fermento, in tempi d’ambivalenze e recriminazioni, in cui la donna e il giovane che capeggia un’organizzazione di destra, dove la violenza è di rigore e l’odio vocazione perpetua, sono espressione d’un degrado morale e politico rovinoso.
Il romanzo, finalista nella prima selezione del Premio Strega 2023, sarà presentato da Tarabbia, autore ma anche personaggio-narratore, martedì 2 maggio alle 21 a Gianico, nel teatro Parrocchiale di via Roma, 28. Modera l’incontro il giornalista Stefano Malossi.
Tarabbia, perché ha scelto di essere protagonista-narratore del romanzo?
È stata una scelta quasi obbligata. Il narratore de «L’odore del sangue» è il marito di Silvia, e qui non poteva essere lui; non aveva senso che il narratore fosse il ragazzo, quindi ho dovuto cercare un quarto personaggio, e visto che stavo progettando un "corpo a corpo" con Parise, ho pensato che potevo mettermi io in gioco in prima persona, io o un’immagine di me stesso.
È consapevole che per certi aspetti il suo romanzo è quasi profetico?
Questo libro l’avevo in mente da una decina d’anni suscitato dal dilagare di un pensiero reazionario che stava prendendo piede. Le primissime bozze de “Il continente bianco” risalgono al 2012, ma non mi soddisfacevano e ho fatto altro. Solo quando ho avuto l’idea di poter innestare la mia storia sul romanzo di Parise, scriverlo m’è diventato naturale. Ma più che una profezia, è la conferma che certa letteratura può, - non deve -, annusare e captare qual è l’aria che tira e il sentimento di una nazione.
Quanto è cambiato nel nostro presente rispetto al passato raccontato da Parise?
I nostri tempi rispetto a quelli in cui ha vissuto Parise, sono cambiati, ma ci sono credenze, movimenti, ideologie che serpeggiano, cambiano forma ma non mutano mai e aspettano l’occasione per ripresentarsi ogni volta che ce n’è la possibilità. Al momento queste ideologie, non solo si sono ripresentate ma hanno acquisito anche potere istituzionale e sono accettate nel discorso quotidiano.
Chi è veramente Marcello Croce? Un simbolo o uno spauracchio?
Entrambe le cose. Prima nasce come simbolo in Parise e poi in me. È la personificazione del male, ciò che io non diventerò e non voglio diventare, ma come il male mi attira in quanto lontano, diverso; mi interessa quindi conoscerlo ed esplorarlo come qualcuno che mi sta più vicino di quanto effettivamente è.
«Il continente bianco», potrebbe essere metafora del degrado del nostro tempo?
Sicuramente è lo specchio di quello che sembra sia diventato il nostro Paese, una testimonianza di un certo imbarbarimento ideologico, un emergere di tante violenze senza paura delle diversità che con certe brutture sono una cifra fondamentale dell’Italia dei nostri anni.
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