Cultura

Rocco di Mento torna a casa per presentare il nuovo film

Stasera alla 21.30 al Filmfestival del Garda a San Felice del Benaco il regista bresciano con «The blunder of love», l'omaggio al nonno materno
Il regista Rocco di Mento torna a casa per il Filmfestival del Garda - © www.giornaledibrescia.it
Il regista Rocco di Mento torna a casa per il Filmfestival del Garda - © www.giornaledibrescia.it
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È il doppio «ritorno a casa» del regista gardesano Rocco di Mento a segnare la giornata odierna del Filmfestival del Garda, che oltre al quarto film della sezione Concorso vede in calendario un omaggio a Pasolini con la proiezione di «Uccellacci e uccellini» (1966). Partito dal Benaco, Di Mento si è trasferito quindici anni fa a Berlino, dove ha realizzato «The demon, the flow and me», ritratto dell’indimenticabile solitario vagabondo TJ che vive nella sua automobile Chrysler, premiato nel 2017 proprio dal pubblico della kermesse gardesana.

Stasera invece, alle 21.30, l’autore arriverà nella cittadella del cinema della Fondazione Cominelli di Cisano (San Felice del Benaco) per presentare per la prima volta nel suo territorio d’origine «The blunder of love», film girato nei dintorni coinvolgendo tre generazioni della sua famiglia, dedicato alla scoperta del «mito» della storia d’amore dei suoi nonni. È un particolare omaggio alla figura del defunto nonno materno, che ne rievoca la memoria a partire dalle molte lettere e da un romanzo inedito che l’uomo scrisse nei lunghi periodi trascorsi lontano dagli affetti, spostandosi intorno al mondo per motivi di lavoro. Pagine che si specchiano nel ritrovamento delle pellicole amatoriali che ritraggono molti viaggi e vibrano d’amore per la consorte e le figlie. Le premesse sembrano idilliache, tuttavia un avvertimento accompagna il film: «Tutto si rivela molto più difficile del previsto, specialmente perché il passato nasconde delle verità molto diverse dai racconti della tradizione di famiglia».

Di Mento, come è nato il desiderio di indagare sulle sue radici?

Dopo tanti anni all’estero, durante le cicliche visite ai familiari mi sono accorto che nell’aprire cassetti e armadi era come se cercassi me stesso nei relitti del passato. Più andavo avanti e più trovavo «pezzi» della vita del nonno. E la ricerca mi appassionava. Ha interrogato i suoi familiari, costruendo un ponte - quasi una sorta di dialogo - tra il presente e il passato, che risuona nella voce di suo nonno.

Si è immedesimato in lui?

Sì, anche perché era una sorta di fantasma, l’unico al quale non potevo fare domande, così ne sono diventato il portavoce. Quando decisi di trasferirmi in Germania vivevo una serie di insoddisfazioni, allontanarmi è stato un modo per capire chi fossi e costruirmi una storia. Sono tornato per il film, dopo tanti anni, con l’idea di non occupare lo stesso spazio di prima. Mi sono rimboccato le maniche per capire - e cercare di cambiare - le dinamiche di relazioni della mia famiglia, perché causavano sofferenze. Il mio modo di agire è stato porre quesiti, senza l’intento di fare alcun processo, piuttosto per rinsaldare i legami.

Che effetto le fa, adesso, portare il film «a casa»?

È un momento importante, sono curioso delle reazioni. All’estero il pubblico dopo averlo visto manifesta empatia, mi parla con una certa intimità, rispecchiandosi. In Italia, tuttavia, c’è una mentalità diversa rispetto alle cose di famiglia, vanno tenute riservate... Vedremo che succederà.

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