Cultura

Riscoprire Gandhi potrebbe aiutare molti a trovare risposte

Il filosofo Roberto Mancini parla della figura del Mahatma: «Gli attuali governi del mondo sono totalmente chiusi a questa sapienza, ecco perché per ora la situazione dei popoli si sta aggravando e vediamo che la logica della supremazia e della guerra sta moltiplicando le vittime»
Mohandas Karamchand Ghandi, detto anche “Mahatma” (ossia la Grande Anima) - © www.giornaledibrescia.it
Mohandas Karamchand Ghandi, detto anche “Mahatma” (ossia la Grande Anima) - © www.giornaledibrescia.it
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Riscoprire Gandhi e il suo pensiero potrebbe aiutare molti a trovare risposte, politiche e morali, di fronte alla turbolenta fase storica che stiamo vivendo.

Se ne parlerà domani sera, martedì, alle 18.30 al Collegio Universitario «Lucchini» di via Valotti in occasione dell’ultimo incontro del ciclo «I grandi leader del Novecento». Sarà il prof. Roberto Mancini, docente di Filosofia teoretica all’Università di Macerata, a tenere una lezione dal titolo «Gandhi, una guida sulla via della nonviolenza».

Una statua di Gandhi in India - © www.giornaledibrescia.it
Una statua di Gandhi in India - © www.giornaledibrescia.it

Che ne è del gandhismo oggi? L’eredità morale di Gandhi ha ancora un valore?

Oggi il clima è quello del riarmo e della speculazione sulle armi, perciò c’è molta chiusura pregiudiziale di fronte al messaggio di Gandhi. Eppure la sua eredità è viva al punto che la via che egli percorse, rinnovata per la situazione attuale, è l’unica che possa portare l’umanità verso il futuro. La sua è un’eredità non solo spirituale e morale, ma anche politica, sociale ed economica perché indica come assumere il dialogo e la giustizia riparativa quale metodo per costruire una convivenza equa in cui nessuno sia minacciato o escluso. Gli attuali governi del mondo sono totalmente chiusi a questa sapienza, ecco perché per ora la situazione dei popoli si sta aggravando e vediamo che la logica della supremazia e della guerra sta moltiplicando le vittime.

Il pacifismo in questo momento storico sembra essere schiacciato dalla polarizzazione che caratterizza non solo la politica internazionale, ma anche le opinioni pubbliche. C’è ancora spazio per un movimento pacifista internazionale?

Bisogna chiarire che cosa si intende per «pacifismo». Di solito è un termine usato con disprezzo da chi crede che violenza e guerra siano insiti nella «natura umana». Ma in realtà noi non obbediamo a una «natura umana» rigidamente predefinita, costruiamo culturalmente le condizioni della vita collettiva. Quindi possiamo anche costruire una società molto più pacifica e solidale. In tale ottica il vero pacifismo si ha quando si riconosce che le ragioni per convivere sono molto più forti dei motivi di divisione. Il pacifismo è l’impegno a costruire la pace con mezzi di pace, superando la pericolosa illusione del «si vis pacem para bellum» («se vuoi la pace, preparati alla guerra»). Perciò esso deve trovare spazio nelle relazioni internazionali, ma ciò potrà accadere solo con un risveglio della coscienza dei popoli e scoprendo che in economia la cooperazione giova molto di più della competizione permanente.

Gli Stati Uniti, con l’amministrazione Trump stanno apertamente contestando il multilateralismo su cui poggiava il sistema internazionale post seconda guerra mondiale e con esso il sistema di regole su cui poggia l’Onu. È possibile recuperare un messaggio di pace a fronte di una torsione neoimperiale della politica estera Usa?

Una politica di pace, su scala internazionale, potrebbe essere avviata da quelli che un tempo si chiamavano i Paesi non Allineati. Penso all’India, al Brasile, ad altri Paesi latinoamericani, all’Unione degli Stati Africani, alla Nuova Zelanda. E soprattutto penso all’Unione Europea, che da tempo si è completamente smarrita e deve ritrovare la sua originaria vocazione alla democrazia e alla pace.

I Paesi che potrebbero agire in una logica diversa da quella dell’imperialismo devono fare pressione su tutte le potenze che a esso sono inclini (Stati Uniti, Russia, Cina) esercitando la massima pressione diplomatica, politica ed economica per promuovere una rigenerazione dell’ONU e la nascita di un vero ordine internazionale. Nel caso degli Stati Uniti di Trump, va ricordato che nella cultura e nella società statunitensi esistono forze democratiche e pacifiste che devono fare la loro parte dall’interno per scongiurare l’attuale tendenza alla dittatura. In generale va anche ricordato quanto sia decisiva la riconversione dell’industria bellica: finché difesa, sicurezza militare e guerra saranno un grosso affare speculativo, ci sono poche speranze per un mutamento di rotta.

In Italia ai pacifisti, per così dire, assoluti alla Gandhi, si contrappongono pacifisti politici che scendono in piazza per Gaza ma non per l’Ucraina per ragioni politiche (o perché filorussi o antiamericani). Nel mezzo ci sono persone, chiamiamoli pacifisti «quotidiani» che respingono la guerra dopo aver visto immagini spaventevoli. Può aiutare il messaggio di Gandhi?

L’opera di Gandhi, che dovrebbe essere molto più conosciuta e sviluppata di quanto non sia accaduto finora, è preziosa per indicare i criteri di autenticità per un vero impegno per la pace. La sua visione supera atteggiamenti strumentali, ideologie e anche fanatismi religiosi, per cui essa offre le tracce per compiere un cammino educativo e di apprendimento che riguarda indissolubilmente i singoli, le comunità, le istituzioni. L’importante è non ridurre Gandhi a una figura magari eroica ma lontana e puramente morale, scegliendo invece di entrare in sintonia creativamente e politicamente con la sua testimonianza.

Gandhi durante una visita a Roma il 12 dicembre 1931 - © www.giornaledibrescia.it
Gandhi durante una visita a Roma il 12 dicembre 1931 - © www.giornaledibrescia.it

Anche in India si è affermato un nazionalismo hindù decisamente assertivo e aggressivo il cui principale esponente è l’attuale premier Narendra Modi. La figura di Gandhi resta nella cultura indiana?

In India Gandhi ha sempre trovato, oltre che consenso e successi, incomprensioni e resistenze. Non meraviglia dunque che oggi continui anche lì questa ignoranza nei confronti della sua opera. Ma sia nel contesto indiano, sia nel contesto più ampio di tutto il mondo la sua lezione ha sempre continuato a portare frutto. Oggi esistono moltissimi movimenti per la pace, per la giustizia riparativa, per i diritti civili, per una vera democrazia, per l’accoglienza ai migranti, per la difesa degli equilibri della natura e per la riconciliazione tra le nazioni in guerra. Sono tutte esperienze che avanzano sulla stessa strada che Gandhi dischiuse nella sua vita. Il punto, allora, non è giudicare Gandhi come se noi fossimo più in alto di lui, ma guardarsi allo specchio e chiedersi se vogliamo contribuire al disastro della violenza generalizzata, oppure se siamo disposti a fare la nostra parte perché figli e nipoti possano vivere con libertà, dignità e giustizia in una società accogliente.

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