Cultura

Ravasi: «Tutta la mia vita è stata segnata dalla volontà di dialogo»

Il cardinale e biblista: «Domina lo slogan, invece dobbiamo incontrare e ascoltare l’altro»
Il cardinale Gianfranco Ravasi, che ha guidato il «dicastero» della Cultura - © www.giornaledibrescia.it
Il cardinale Gianfranco Ravasi, che ha guidato il «dicastero» della Cultura - © www.giornaledibrescia.it
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È tra le figure di massimo spessore il cardinale Gianfranco Ravasi, che il prossimo 18 ottobre, nel giorno del suo ottantesimo compleanno, in una speciale cerimonia, lascerà il ruolo di guida di quello ch’è stato il Pontificio consiglio della cultura.

Lo aveva nominato, nel 2007, papa Benedetto XVI e Ravasi (già prefetto della Biblioteca Ambrosiana) era divenuto, così, presidente della Pontificia commissione per i beni culturali della Chiesa e presidente della Pontificia commissione di archeologia sacra, nonché presidente del Consiglio di coordinamento fra accademie pontificie. Nei mesi scorsi, con l’entrata in vigore della riforma della curia romana «Praedicate evangelium» voluta da papa Francesco, la Pontificia commissione è stata accorpata con la Congregazione per l’educazione cattolica nel Dicastero per la cultura e l’educazione.

Biblista di fama internazionale, Ravasi per le sue conferenze, gli articoli ed i numerosi libri scritti si è distinto come una figura di spicco essenziale, sia per il suo chiarissimo linguaggio sia per la sua lucida e appassionante prosa, con la quale ha illustrato a tutti il Vecchio e il Nuovo Testamento. Da questo punto di vista la sua figura rimarrà costantemente e spiritualmente presente, non solamente per i credenti. Una guida intellettuale insostituibile. Lo abbiamo intervistato.

Eminenza: tra le sue qualità, si è manifestata - nelle conferenze e nei suoi molti libri - la volontà di parlare a tutti. Non pensa che la Chiesa oggi sia talvolta carente nel dialogo con i non credenti?

La sua domanda è fondamentale, per tre considerazioni. La prima è che nel mio impegno ho sempre considerato la Bibbia non solo la lampada per i passi nel cammino della vita per i credenti (Salmo 119), ma anche il grande codice di riferimento attraverso i secoli della cultura occidentale, quindi anche per i non credenti; ovvero per tutta la cultura laica. Basti pensare a cosa è stata la Bibbia per la letteratura, la storia dell’arte e la musica.

Il secondo punto è la necessità di tener conto della rilevanza del linguaggio contemporaneo. La grande svolta è stata la cultura digitale, l’informatica, che ha caratteristiche in parte deleterie, ma che costituisce anche una grande occasione di comunicazione per la Chiesa, per tutti i messaggi religiosi come quello cristiano: un messaggio aperto di natura a tutti, come nelle lettere in cui San Paolo si è confrontato con il mondo secolarizzato pagano. I suoi viaggi per mare per essere in contatto con tutte le arterie imperiali sono come viaggiare oggi in aereo. Terzo elemento è che il linguaggio biblico è fortemente adatto alla cultura contemporanea, essendo simbolico, d’immagini. Pensi alle parabole di Gesù, alla storia dell’Antico Testamento. Un linguaggio fortemente trasformativo, incisivo. Le frasi essenziali di Gesù sono come dei tweet.

In un suo profondo libro, «Le parole e giorni», viene citato un famoso scrittore e filosofo spagnolo, Miguel de Unamuno (1864 - 1936): un personaggio dall’esperienza tormentata, che ha scritto di aver immaginato un mondo senza Dio, ma che pure nei momenti d’angoscia ha sempre invocato l’aiuto di Maria «Madre di misericordia». Come raggiungere, oggi, la non piccola famiglia di coloro che sono assetati di Dio, che lo cercano senza trovarlo? Del resto credere non è facile...

Per questa sua domanda partirei da un altro filosofo, Paul Ricœur, credente, che ha scritto una battuta che è veramente il ritratto della società contemporanea: «Viviamo in un’epoca in cui alla bulimia dei mezzi corrisponde l’anoressia dei fini». Ovvero assistiamo al trionfo della tecnica, che potrebbe offrire tutte le risposte fondamentali, per cui le religioni, le filosofie sarebbero dei miti, delle trappole, ma non avrebbero la stessa potenza che ha la scienza, in grado di dare ogni risposta.

Pensi a tre esempi sul rilievo della scienza: la genetica, ovvero all’intervento attraverso il DNA, o il discorso sulle neuroscienze con tutti i problemi legati alla mente, alla libertà, alla coscienza e al pensiero; ed infine il problema dell’intelligenza artificiale, fondamentale oggi con la possibilità di macchine dotate di autocoscienza. Certo la scienza è importante, è forte, ma l’umanità conserva ancora tutti i grandi interrogativi. Alla fine mancano i fini, le grandi domande e le grandi risposte.

A volte la deriva dei giovani, ad esempio distrutti dalla droga, proviene dal fatto che non esistono più le grandi domande. È quindi importante ritornare ad aver fiducia nell’annuncio, ai valori trascendenti, alle riflessioni sulla natura umana, sui valori e sull’etica. Aveva ragione Pascal nel dire che l’uomo supera infinitamente l’uomo, che non s’accontenta di spiegare la tecnologia o la biologia, ma s’interroga anche oltre. E sotto questo aspetto diventano rilevanti le religioni, il ricorrere a Dio, nel momento della grande crisi, della disperazione.

Se dovesse indicare uno scrittore nel quale il richiamo della fede è imprescindibile chi suggerirebbe?

Sarebbe una galleria. Pensiamo solo a Dante, peraltro non insegnato bene nelle scuole, dove non si spiega il fatto estetico e etico insito nella Divina Commedia, che non è solo un’opera letteraria, ma anche un messaggio. Suggerirei, inoltre, un autore non facile, ma provocatorio: Dostoevskij, non soltanto ne «I fratelli Karamazov», ma anche in «Delitto e castigo». Il primo libro per tutte le grandi domande sul tema della libertà, del dolore innocente, sempre in relazione con Dio, sia con la figura atea, Ivàn, sia quella mistica, Alioscia. Il secondo testo per l’etica, l’appello ininterrotto alla coscienza che non ti lascia in pace dopo aver commesso un crimine per il quale non vieni condannato. Ancora: «I Promessi Sposi», un libro che ha una dimensione del punto di vista teologico.

Se le chiedessi di Albert Camus?

È uno scrittore segnato dalle grandi domande. Ciò che manca alla società contemporanea è il porsi delle domande. La malattia del nostro tempo non è tanto la negazione quanto l’indifferenza. Camus, invece, la detesta e introduce le questioni laceranti: il dolore degli innocenti, il tema della dedizione totale, della santità laica, ovvero di come si può essere santi senza credere...

Se la dovesse riassumere in una frase, qual è stata la maggiore soddisfazione nel suo incarico?

Sceglierei un vocabolo: il dialogo. Tutta la mia vita è stata segnata dal tentativo di non rimanere chiusi all’interno di una frontiera, in un Cristianesimo da oasi, che ha paura quasi di affacciarsi sul mondo. Dialogo significa «attraverso» (dia) e «discorso» (logos), quindi incontrare l’altro, ascoltarlo. Ai nostri giorni domina lo slogan, la battuta. Dialogo vuol dire anche entrare in profondità, quindi superare la superficialità, la banalità. Una sorta di stella polare, con una piccola costellazione composta dalla logica, la razionalità, la ragione, poi la morale e l’etica e infine l’estetica, ovvero l’arte.

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