Pianciola: «Putin perde sostenitori, ma il regime andrà avanti»

Negli ultimi cinque anni è diventata l’ago della bilancia sullo scacchiere internazionale. Perché mentre nel Paese le politiche repressive stringevano la popolazione come una tenaglia, fuori dai suoi confini il mondo guardava alla guerra portata in Ucraina come scintilla in grado di appiccare un nuovo incendio. Nell’ambito del ciclo «Un mondo fuori controllo» per i Pomeriggi in San Barnaba, stasera alle 18 all’Auditorium San Barnaba arriva Niccolò Pianciola, docente di Storia dell’Asia all’Università di Padova e specializzato in storia russa e sovietica.
Nel 2026 il popolo russo crede ancora in Vladimir Putin?
I sondaggi di opinione sono molto problematici perché la gente ha paura di dire a chi non conosce ciò che pensa. Ma lo scorso autunno un’indagine su un campione di 2mila persone ha mostrato che il 15% era a favore della guerra e il 20% per la fine della guerra, mentre si è detto favorevole a ritirare le truppe senza gli obiettivi prefissati più del 40% degli intervistati. La guerra non è popolare e credo che si possa dire chiaramente che centinaia di migliaia di morti e di feriti hanno fatto diminuire la popolarità di Putin.
In Russia funziona ancora il mito della restaurazione dell’Urss?
La continuità con l’Urss è asserita nella narrazione ufficiale come una delle fasi della storia del Paese, quella in cui c’è stata la Russia più potente di sempre. Quando l’Urss è crollata non c’è stato un vero cambio della classe dirigente, degli apparati militari e della repressione. Così negli ultimi 25 anni il regime ha sempre giocato su diverse tecniche: controllo della narrativa ufficiale, redistribuzione delle risorse economiche e repressione. Putin però non vuole restaurare l’Urss, essendo ideologicamente un nazionalista e un anticomunista. Vuole ricreare l’egemonia della Russia sui territori ex sovietici.
Fa gioco anche sul mito della forza militare?
Che però è in crisi. Nel 2025 la Russia ha conquistato 4.200 metri quadri di territorio ucraino, una porzione più piccola del Molise. E lo stesso nel 2024. Nel 2022 l’esercito russo era arrivato a controllare il 27% del territorio ucraino, poi però ha dovuto fare i conti con la resistenza. Oggi ha conquistato circa il 20%, compresi i territori già conquistati nel 2014.
I russi sono consapevoli di questa difficoltà?
Sì, ormai c’è consapevolezza da parte della popolazione russa. In territori così vicini è anche difficile nascondere il quadro generale.

Con il grande impegno sul fronte ucraino, è credibile che la Russia entri in gioco nella guerra in Medio Oriente?
Abbiamo visto che Putin si è guardato molto attentamente dallo schierarsi con gli iraniani, considerando anche la superiorità e l’atteggiamento di non ostilità di Trump. Sarebbe assurdo inimicarsi un’amministrazione americana che è sua amica.
In Occidente si è spesso parlato di una percezione diversa della Russia, anche sulla presenza di un’opposizione nella società civile. A fronte di un partito comunista che nel recente passato ha ottenuto il 19% alle elezioni, davvero non c’è spazio per il dissenso?
Negli ultimi quattro anni la repressone è cresciuta in maniera importante. Con l’inizio della guerra si è assistito ad un giro di vite in larga scala soprattutto tra la classe istruita, tra i giovani e gli immigrati. Questo ha determinato una desertificazione della società civile russa. Fino al 2022 si poteva parlare di spazi di libertà, ma oggi la situazione è molto diversa e ci si è spostati verso un modello di dittatura che lascia molto poco in termini di libertà.
Putin ha davvero intenzione di governare fino al 2036, quando avrà ormai 84 anni?
Sembrerebbe proprio di sì, non vedo alternative all’orizzonte. Il regime arriverà alla sua conclusione biologica.
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