«Per 5 anni fra gli alunni scrutandoli con la cinepresa»
La telecamera come confidente, il cinema come gioco per conoscersi. Per 5 anni la regista italo-francese Sophie Chiarello ha filmato una classe di bambini di una scuola primaria di Roma, condividendo «il cerchio», ovvero l’esperienza di sedersi insieme in tondo e dialogare. «È una prassi ben conosciuta dai pedagoghi - spiega la cineasta -, che rappresenta uno spazio fisico e mentale per parlare, ascoltarsi e confrontarsi su temi di ogni genere».
La stessa pratica è diventata il titolo perfetto per un toccante documentario, che rispecchia l’idea di circolarità della vita - già premiato dai festival di Roma e Trieste e ora in corsa ai David di Donatello - in cartellone al Nuovo Eden oggi alle 19 e domani alle 20 (via Nino Bixio 9, in città). Il risultato del lustro vissuto in aula è, infatti, molto più di un video-diario: grazie a un attento montaggio i protagonisti crescono dinanzi ai nostri occhi, passano dalla prima alla 5ª classe, tra denti da latte che cadono e definitivi che spuntano, cambi di look, nuove amicizie. Ad ammaliare è soprattutto l’emergere di emozioni struggenti, mosse dalle prime prese di coscienza, che siano le inattese separazioni di alcune coppie di genitori o i dubbi su Babbo Natale.
La vita prende forma e subito evolve. Il cinema ne eternizza le grandi aspettative e testimonia l’improvvisa comprensione della fugacità del tempo: si diventa grandi e si scopre cosa sia la nostalgia. Imperdibile per chi ha amato «Gli anni in tasca» di Truffaut, «Essere e avere» di Philibert, ma anche «Boyhood» di Linklater, «Il cerchio» si rivela un’ottima prospettiva per interrogarsi sulla nostra società, in cammino verso un futuro tutto da scrivere.
Ne abbiamo parlato con l’autrice, attiva anche in ambito fiction (e in passato aiuto-regista di Salvatores, Winspeare, Venier, Piccioni).
Sophie, da dove ha tratto lo spunto per un progetto così articolato?
Conoscevo l’Istituto Comprensivo "Daniele Manin", perché l’hanno frequentato i miei figli: a Roma è stata una delle prime realtà a lavorare sul concetto di scuola aperta e di accoglienza, sviluppando spirito di comunità e spogliando la parola integrazione dall’intellettualismo.
Nel film emerge un’idea di scuola come approdo, culla di pensieri, isola nel tempo. Gli alunni definiscono la classe una «vera famiglia»...
A latere della politica e degli adulti, ci sono i bambini, che vivono la scuola come seconda casa, primo vero luogo di socializzazione. Con il metodo del cerchio trovano soluzioni laddove noi ci interroghiamo: desiderano essere tutti uguali e per farlo bisogna saper guardare e valorizzare le differenze.
Se il cerchio è stata l’occasione per confrontarsi, anche la macchina da presa lo è diventata?
Sì, tuttavia non volevo fare un documentario "sui" bambini, ma "con" loro. Ho evitato l’osservarli dall’alto, cercavo l’orizzontalità dello sguardo. Posavo la telecamera sul banco, per dissacrare lo strumento, renderla oggetto quotidiano, come un astuccio.
Girando il film, ha ripensato alla sua infanzia?
Spesso: se avessi avuto le chiavi di lettura del cerchio, avrei affrontato meglio l’esperienza d’essere figlia di emigrati italiani in Francia.
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