NoGravity: «Danzeremo l’inferno caravaggesco dentro un’officina»

«Il corpo nudo e l’acciaio: ci sembra veramente un bel connubio». Emiliano Pellisari trova che Daniele Alberti, direttore artistico di LeXGiornate, abbia avuto «una bellissima idea» al momento di scegliere la sede dello spettacolo che la sua compagnia di arti performative porterà quest’anno al festival bresciano. Sarà l’Opificio Industrie Saleri Italo di Lumezzane a ospitare, venerdì 26 settembre alle 21, i sei ballerini-acrobati di NoGravity Theatre e gli stupefacenti tableaux vivants di «Inferno».
Lo spettacolo ispirato al poema dantesco è un classico del repertorio di NoGravity: la prima versione risale al 2006, ma con la maturazione artistica dei suoi creatori la performance ha subito una profonda revisione. Lo raccontano in questa intervista lo stesso Pellisari – fondatore, coreografo e direttore della compagnia, che porta i suoi lavori in tutto il mondo – e la sua compagna di vita e arte, Mariana/P (nome d’arte di Mariana Porceddu), co-coreografa e ballerina principale.
Come si è evoluto «Inferno» nel tempo?
Pellisari: «Lo spettacolo si dovrebbe chiamare “Inferno 2021” perché dopo il periodo del Covid abbiamo rivoluzionato l’intero setup scenotecnico. La tecnica coreografica è completamente cambiata, adesso si vedono non solo immagini straordinarie nell’aria, ma anche lo sforzo fisico e l’azione performativa dei danzatori sul palcoscenico. Ciò è stato possibile dopo quindici anni di lavoro coreografico: si è evoluto, si è sintetizzato ed esplorandolo siamo riusciti ad arrivare a questa nuova dimensione del palcoscenico che non produce solo un’immagine meravigliosa, ma è fortemente performativa. Dunque, l’“Inferno” che vedrete a LeXGiornate è diverso da quello che si è visto a Brescia dieci anni fa».
Andate verso un’essenzialità sempre maggiore?
Mariana/P: «Sì, assolutamente. L’essenzialità fa parte dell’età, dell’esperienza. C’è questa grande esigenza di arrivare all’essenziale: il perno è la sintesi, anche a livello di scene, della versione originale dell’opera».
Quali sono le fonti di ispirazione di questo «Inferno»? Si parla di uno spettacolo «caravaggesco»...
Pellisari: «Potrei citare tutto il mondo di luci e chiaroscuri del tardo Rinascimento e del Barocco italiano. Questa è sicuramente la fonte ispiratrice delle immagini e della luce. Anche i corpi nudi che si legano fra di loro sono tipici di quella pittura, che è alla base del mio lavoro. Questi corpi, poi, agiscono attraverso dinamiche create da Mariana, che come fonti ha la danza classica, moderna e contemporanea».
Un’altra fonte di ispirazione da voi evocata è Gordon Craig, un maestro del teatro del ’900: l’attore (o il danzatore) come supermarionetta...
Pellisari: «L’idea è quella di andare oltre la danza, che presa da sola ci annoia mortalmente: è una specie di setta segreta per addetti ai lavori. Noi crediamo nel movimento totale del corpo, tanto nel danzatore quanto nell’attore; crediamo nella totalità dell’espressività del corpo umano. Vogliamo andare oltre, infatti ci chiamiamo NoGravity Theatre e non NoGravity Dance. Vorremmo che danza e teatro fossero la stessa cosa».
Come nascono le composizioni eseguite durante lo spettacolo?
Mariana/P: «C’è un metodo ormai consolidato. Emiliano, dopo aver studiato e analizzato i testi – perché noi la Divina Commedia la rappresentiamo dopo avere studiato per anni – estrapola i concetti filosofici delle opere e realizza una sorta di regia fatta di quadri. Io metto questi quadri in movimento, anche se ormai io ed Emiliano siamo diventati una cosa sola… non si sa sempre chi fa che cosa».
Pellisari: «Due cose rimangono separate. Da un lato lo studio del testo, che faccio io al 90%; dall’altro lo studio delle musiche, che Mariana fa al cento per cento. È una divisione ben precisa, perché tutta la regia musicale è di Mariana, mentre quella visuale è mia; poi insieme realizziamo le coreografie».
Al festival sarete in un’industria. Come si rapporta lo spettacolo con lo spazio in cui si svolge?
Mariana/P: «“Inferno 2021” è uno spettacolo che, oltre ad essere onirico, è anche molto performativo. È nudo e crudo, così come lo si vede. Quelli industriali, quindi sono ambienti molto adatti per la sua potenza e fisicità».
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