«Il mio spettacolo irride un potere impaurito da ogni tipo di cultura»

Il teatro nel teatro, per un’ironia che smaschera e dissacra, e affronta temi quali censura, libertà di parola e autoritarismo. Stagione del Centro Lucia di Botticino al via, domani, mercoledì, alle 21, con «A Mirror, uno spettacolo falso e NON autorizzato». In uno stato totalitario, dove il Ministero della Cultura controlla e approva ogni opera d’arte, il pubblico è accolto in una sala che sembra addobbata per un matrimonio, ma poi si scopre partecipe di una performance clandestina.
A portarla in scena gli attori ribelli interpretati da Claudio “Greg” Gregori, Fabrizio Colica, Paola Michelini, Gianluca Musiu e Ninni Bruschetta, che abbiamo intervistato. Biglietti su Webtic o, se disponibili, in Teatro da un’ora prima della pièce, a 22 euro; riduzioni per residenti, under 13, over 65.
Bruschetta, che messaggi veicola «A Mirror»?
«Potrei rispondere ironicamente, con le parole di François Truffaut, che “i messaggi li portano i postini”. Scherzo. In A Mirror c’è un messaggio semplicissimo: il teatro è una necessità dell’uomo e per questo immortale rito passa anche la libertà, che è altrettanto necessaria per vivere».
È un po’ specchio dei nostri tempi? Quanto può aiutare a leggerne le dinamiche?
«Non è solo dei nostri tempi. L’ostilità del potere nei confronti della cultura è una “missione permanente”, come dice la stessa Holcroft. “Se sento la parola cultura metto mani alla rivoltella” diceva Goebbels. Questo non succede quando il potere è lucido e colto, ma se al potere ci sono giannizzeri o furfanti è normale che siano impauriti da arte e bellezza. Succede spesso e senza posizioni di parte, per intenderci non esiste una cultura di destra o di sinistra, esiste la cultura, quella vera, che vince sempre perché rimane».
Si parla di libertà di parola, autoritarismo, censura: il teatro quanto può essere pericoloso nell’evidenziare e provare a scardinare?
«Pericolosissimo. Come dicevo, il teatro è un rito e quanto succede in quello spazio vuoto si ripercuote sulla società. Nonostante l’impareggiabile differenza quantitativa, una parola detta sul palco è più efficace di qualsiasi immagine virale sui social. Il teatro è la più elevata manifestazione del pensiero umano, perché riproduce la vita stessa, da esso ogni spettatore può apprendere un concetto di verità che gli entra dentro e lo cambia per sempre. Certo che è pericoloso!».
Qual è l’arco drammaturgico dei personaggi?
«La cosa più bella di questo testo è che il cosiddetto arco drammaturgico è perfettamente circolare. I personaggi non sono solo ambigui, in senso shakespeariano, ma sono anche il contrario di se stessi. Però non lo possiamo svelare perché è il senso stesso dello spettacolo».
Chi dovrebbe vederlo?
«Chi ha voglia di capirlo. Le Scritture dicono che “una buona idea appartiene a tutti coloro che sono in grado di comprenderla”».
Che rapporto c’è tra voi attori?
«Ottimo. Lo spettacolo diverte, ci piace farlo e soprattutto lo condividiamo, convinti che valga la pena farlo, proprio per quanto si diceva prima».
Lo spettatore come reagisce?
«Ride molto, soprattutto quando scappa da ridere anche a noi. La reazione più bella è sul finale, ma, ovviamente, non possiamo anticiparla. Quindi bisogna vederlo!».
Riproduzione riservata © Giornale di Brescia
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