Nell’«Affaire Dreyfus» a cambiare la storia anche la rotativa inventata da un bresciano

Dell’articolato processo di fabbrica delle notizie, una delle parti più affascinanti, se si esclude ovviamente il lavoro del giornalista avvolto da luci e ombre, è indubbiamente quella finale, quando il legame tra copie e rotativa ricorda quello di una maestrale esibizione di tango. Più di cinquantamila copie in un’ora escono da questa macchina sempre più sofisticata in grado di danzare con il bianco e il nero, ma anche con tutte le sfumature della scala cromatica. Vi chiederete: perché la rotativa? Un sentimento di nostalgia in un periodo storico di grande trasformazione degli strumenti di informazione che prevede una progressiva sostituzione della carta con le nuove tecnologie digitali? Anche. Ma non solo.
Durante la lettura del monumentale «L’Affaire. Tutti gli uomini del caso Dreyfus» dello scrittore Piero Trellini, 1376 pagine edite da Bompiani, nel capitoletto sulla stampa l’autore sottolinea che, nella seconda metà dell’Ottocento, in Francia «il numero dei lettori crebbe e sempre più cittadini poterono creare le proprie opinioni attraverso la lettura dei giornali». Diffusione agevolata da tre fattori: «Le norme sulla libertà di stampa, sancita in Francia il 19 luglio 1881, che tutelavano i giornalisti dalle accuse di diffamazione; lo sviluppo delle ferrovie, che migliorò enormemente le comunicazioni e, con esse, la diffusione delle informazioni; i processi di stampa».
L'invenzione bresciana
Su questo ultimo punto, a determinare la svolta è stato l’ingegno del figlio di un immigrato dell’hinterland di Brescia: l’ingegnere Hippolyte Auguste Marinoni. Nato a Parigi nel 1823, era figlio di Angelo Giuseppe Marinoni, sergente della Regia Polizia a Cavallo canadese e dragone negli eserciti napoleonici. Marinoni padre, come riporta l’Enciclopedia bresciana di monsignor Antonio Fappani, si era ammalato di tisi durante la ritirata di Russia. Visse in Francia a Sivry-Courbry, comune francese ad una cinquantina di chilometri da Parigi. Ebbe dieci figli e Ippolyte fu l’unico sopravvissuto. «Inventò dapprima macchine per mondare il riso e sfibrare il cotone e, nel 1847, con il suo principale Gaveau, inventò la macchina tipografica prima a due e poi a quattro cilindri - si legge nell’Enciclopedia -. Nel 1853 fondò uno stabilimento per macchine tipografiche; diventato dirigente amministrativo del Petit Journal, nel 1867 inventò la rotativa con la quale portò il giornale da 400mila a un milione di copie, stampando 20mila copie l’ora, cifra sbalorditiva per quei tempi. Nel 1873 introdusse la carta in bobine. Inoltre, utilizzando un brevetto del 1850, costruì una macchina piegatrice e nel 1884 una rotativa considerata il prototipo della stampa offset».
In sostanza, Marinoni, evolvendo il brevetto americano del 1847, sostituì la parte piana della pressa tradizionale con un cilindro a pressione, permettendo così un movimento a rotazione continuo. «Questo spostamento da un piano a un cilindro cambiò il mondo. Aumentò la velocità di stampa e assicurò alla fine del secolo l’ascesa dei quotidiani popolari a grande diffusione. Il foglio di giornale arrivò ovunque e fu capace di tagliare come un’ascia» scrive Trellini.
Il caso Dreyfus
Nell’Affaire di Stato che coinvolse l’ufficiale ebreo francese Alfred Dreyfus nel 1894 i media ebbero un ruolo decisivo, sia per la condanna sia nella contro-campagna di una delle più drammatiche «bufale» della storia.
La stampa poteva influenzare pesantemente l’opinione pubblica e l’informazione diventò una merce, comprata e venduta alla stregua di tutte le altre. In sottofondo, il rumore della rotativa, molto più di una musica melodiosa. E la voce di Humphrey Bogart che in «Deadline» pronuncia l’indimenticabile battuta: «Questa è la stampa, bellezza. E tu non ci puoi fare niente».
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