«Nella tragedia di Eschilo un disagio interiore da dramma borghese»

Ispirato all’Orestea di Eschilo, il capolavoro di Eugene O’Neill «Il lutto si addice ad Elettra» arriva al Teatro Sociale con la regia e le scene di Davide Livermore.
Elisabetta Pozzi, che nell’allestimento di Luca Ronconi aveva nel 1997 la parte di Lavinia, ora è la madre Christine Mannon, affiancata da Paolo Pierobon, interprete del generale nordista Ezra Mannon nella vicenda ambientata al tempo della Guerra di secessione americana; Linda Gennari e Marco Foschi sono i figli Lavinia e Orin (Elettra e Oreste), nella produzione del Ctb e del Teatro Nazionale di Genova, che comprende in scena Aldo Ottobrino, Carolina Rapillo e Davide Niccolini. Traduzione e adattamento hanno la firma di Margherita Rubino, Gianluca Falaschi ha ideato i costumi, le musiche sono di Daniele D’Angelo. Luci a cura di Aldo Mantovani, Mercedes Martini è assistente alla regia.
Per la Stagione di prosa del Centro teatrale bresciano, lo spettacolo debutterà a Brescia il 27 gennaio e sarà in replica fino all’1 febbraio tutti i giorni alle 20.30, la domenica alle 15.30. Per «I pomeriggi al Ctb», nel teatro di via Cavallotti 20, la compagnia sarà in dialogo con Francesco Biagietti, attore e regista, giovedì 29 gennaio alle 17 sul tema: «Eschilo in interno borghese. O’Neill e la nascita del teatro americano».
Dello spettacolo in arrivo al Teatro Sociale ci ha parlato Elisabetta Pozzi.
Quali sensibilità diverse riflette nel tempo l’antico mito?
Eschilo ci presenta personaggi-monumento: nella loro volontà di vendetta c’è una presa di posizione verso il mondo intero. Non si guarda tanto alla psicologia: agiscono. Molte versioni sono state fatte della tragedia degli Atridi, si è sentito il bisogno di riscritture all’interno del periodo storico. Non riesco a chiamare tragedia il testo di O’Neill del 1931: è quasi un dramma borghese. Non c’è coro, ci sono persone che riferiscono; non c’è polis e ognuno risolve in sé il proprio disagio. È una storia diversa: sempre un dramma di famiglia, ma risolto al suo interno. I personaggi sono raccontati nel dettaglio psicologico: a partire dall’Ottocento ci si può permettere di portar fuori qualcosa d’altro.
Come si connota questa nuova realizzazione rispetto all’allestimento di Ronconi?
Come un grande noir: la scenografia ricorda i film in bianco e nero, le immagini sono molto contrastate. Ripulito il testo dai dettagli, le notizie vengono riportate dai ragazzi in scena: rappresentano la generazione nuova che dovrebbe entrare nella famiglia. Ronconi accentuava la ricerca patologica, ogni personaggio era portatore di una malattia. Qui l’attenzione è più sulla psicologia: su molte sfumature che sono all’interno del testo, imbevuto di studi freudiani. Mi sono divertita in entrambi i percorsi: comunque lo lavori, il testo affonda le radici in una materia che vibra: tira fuori i demoni, ci mette a confronto.
Com’è cambiato il tema della colpa?
Con il volere degli dei, per i mortali non c’era via di scampo. Atena, femmina nata dalla mente di Zeus, inventa i tribunali: dà agli umani la possibilità di giudicare. Per O’Neill ognuno ha in mano la propria vita, nel noir il dramma si autoconsuma. Con bellissime musiche che ricordano i film di Hitchcok, lo spettacolo fa precipitare in un vortice di disperazione e trame losche, secondo il genere noir che oggi va molto.
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