Van De Sfroos a Darfo: «Pezzi che hanno a che fare con viaggi interiori»

Una Targa Shomano, riconoscimento culturale camuno legato al festival internazionale «Dallo Sciamano allo Showman», l’ha vinta nel 2015. Nei prossimi giorni, al cantautore comasco Davide Van De Sfroos (Davide Bernasconi, all’anagrafe) spetta invece l’onore di chiudere la 23ª edizione del festival in questione, dopo che ad agosto aveva preso parte, a Montecampione, allo spettacolo dello scrittore Ezio Guaitamacchi su Jim Morrison: sarà protagonista assoluto di un concerto che scorrerà le pagine della sua lunga storia musicale, sabato 11 ottobre, al Centro Congressi-Secas di Darfo Boario Terme (alle 21, i biglietti costano 30 euro, acquistabili in prevendita online su TicketSms).
Van De Sfroos: per introdurre il suo live, le demiurghe del festival (Nini Giacomelli e Bibi Bertelli) hanno rispolverato gli aggettivi con cui accompagnarono la Targa, dieci anni fa: sciamano, cappellaio matto, guaritore, sublime affabulatore, cantastorie…Ci si riconosce?
Bisognerebbe analizzarli tutti…Ci provo, partendo dalla fine, ovvero cantastorie o storyteller, più che sublime affabulatore. Qui direi che ci siamo: recupero o invento storie, per restituirle al mondo che me le ha raccontate, in un certo modo, magari rincarando la dose del mito e mettendoci un po’ di poesia per far lievitare il tutto e toccare le corde dell’emozione. Anche nel cappellaio matto mi ci riconosco, perché sono uomo da alti e bassi, con un subconscio ballerino che a volte indulge alla malinconia.
E sciamano?
Non ho capacità taumaturgiche. Anche se amo alcuni simboli legati ai boschi e, a contatto con la natura, metto in atto certi riti liberatori che se mi vede qualcuno magari chiama l’ambulanza (ride, ndr)…Ma, alla fine, visto il mestiere che faccio (e che continuo ad amare tantissimo), sciamano ci sta, perché in certe notti sali sul palco, metti in mostra tutte le maschere dei tuoi personaggi, con le tue emozioni e le tue paure, e fai rituali con gente che, ascoltandoti, balla, canta, si diverte e sta bene.
Di guaritore, che diciamo?
Definizione da prendere con le pinze. Sono forse più un «guaritore ferito», che si porta dietro «malesseri speciali», per dirla con le parole di Battiato. Mi riconosco come palombaro nelle sofferenze altrui, uno abituato a mettere in campo tutte le energie per aiutare gli altri. È più difficile farlo con sé stessi…un po’ come la tinca, che ha una pelle curativa per gli altri pesci, ma non può usare questo potere per sé.
Nel 2017 portò a San Siro 20mila spettatori, cosa impensabile per un artista che canta in dialetto laghè. Lo considera l’apice della sua carriera?
È stata un’avventura folle, bella e faticosa. Eppure, anche se non ho mai fatto una classifica, ricordo serate in certi teatri più o meno conosciuti, che mi hanno dato una spinta e un’emozione pari, se non addirittura superiore.
Si esibisce in modalità diverse (da solo; in unplugged, con pochi strumenti; a band completa), a seconda delle situazioni. A Darfo, che tipo di concerto sarà?
La versione intermedia. Il grande ballo, la baraonda rock, la lascio per l’estate. Quindi giocherò su tonalità più morbide e acustiche, anche intime, in sintonia con la stagione e l’attitudine sciamanica del contesto. Dal mio repertorio attingerò i pezzi che hanno a che fare con i viaggi interiori, con il passato che non passa mai del tutto e che rimane dentro di noi, facendo emergere anche i dettagli delle canzoni.
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