È uscito «Ma’», il disco della maturità di Blanco

Un abbraccio lungo, intenso, silenzioso. È quello scaturito giovedì sera fra Blanco e la madre Paola, al termine di una maratona (in senso letterale) di 42,3 km da Cisano di Bardolino a Calvagese della Riviera. Un gesto d’affetto, questo, replicato a distanza di tempo ad immagine e somiglianza di quello impresso sulla copertina del nuovo album «Ma’», uscito ieri notte e la cui prima copia fisica è stata appunto consegnata dal cantautore bresciano (al secolo Riccardo Fabbriconi) a colei alla quale è dedicato e a cui è molto legato.
Il progetto
È un progetto – pronto ad essere condiviso live in 14 tappe del tour nei palazzetti al via il prossimo 17 aprile da Jesolo –, dove il cantante mostra più sfumature di se stesso, accarezzando peraltro varie musicalità. Insomma, non è più così tormentato come nei precedenti lavori «Innamorato» del 2023 e «Blu celeste» del 2021. Sembra anzi aver acquisito maggiori sfaccettature del proprio io, sia in chiave artistica che biografica.
Basta vederne l’atteggiamento ai recenti listening-party di Milano e Roma nonché durante il percorso a piedi intrapreso l’altro giorno a fianco di numerosi fan: è un Blanco che si concede volentieri a una foto, che scambia battute, che sorride, più sereno. E così, evocando solo parzialmente la frustrazione che lo attanagliava in passato, anche in sala di registrazione si è evoluto: lo testimonia appunto l’ultimo lavoro appena rilasciato sulle piattaforme digitali e fruibile in vinile per EMI Records Italy (Universal Music Italy).
Nell’apertura di «Ti voglio bene, uomo» prevale la mano della produzione elettronica curata da Zazu, che s’incastra bene con la parte melodica, dove la voce del giovane diventa educata e meno graffiante del solito. E, proseguendo su questa linea, per la title-track del disco «Ma’» l’atteggiamento del performer si alterna tra una carezza, una preghiera sussurrata, e un senso di disperazione difficile da controllare («Tu non sai cos’ho passato»), che trova comunque conforto, un porto sicuro, nella figura materna: «Mi sento così fragile, a volte quasi inutile»; «E c’hai ragione sempre tu ma’: io non mi voglio bene come me ne vuoi tu». Ne esce un mix di emozioni contrastanti, forti, che colpiscono al petto e vanno dritte al cuore dell’ascoltatore in un’esternazione che ha poco d’interpretabile: «Se domani non mi sveglio, ci faranno un bel film», sentenzia.
Diametralmente all’opposto, in «Maledetta rabbia» – un’autentica hit, già capace di registrare 20 milioni di streaming – emerge quindi una dose massiccia di collera (artistica), da assimilare a una terapia rigenerativa di auto-liberazione. In modo analogo, la testa fa continuamente «bum-bum» sull’attitude proposta nell’arrembante «Woo», registrata con la cassa martellante in quattro quarti.
Per il duetto di «Peggio del diavolo» con Gianluca Grignani, invece, il gardesano affronta in chiave rock la sincerità di una relazione d’amore: «Per me non sarai mai un numero», canta nell’inedito che definisce un manifesto a tema sentimentale. E, ancora: dopo il senso di colpa a mo’ di diario di «15 settembre (prima)» e il successivo racconto in «27 luglio (dopo)», in «Tanto non rinasco» avvia una chiacchierata di rimpianti con la madre («Avevo tutto per stare bene, ma poi prendo tutto e me ne vado via. È tutta colpa mia»), segno di una maturità da acquisire passo dopo passo.
Formazione
Ricalcano tale sapore formativo «Anche a vent’anni si muore» e «Piangere a 90», scelti come singoli-anteprima del disco: «Crescere fa paura, mi guardo dentro perché dentro non è nessuno. Prometto sarò migliore» è il cuore del ritornello del primo brano, mentre nella seconda ballad l’autore riflette sul successo raggiunto («Sono stato pure in vetta, ho toccato il cielo e il dito si raffredda. Non sento più il brivido, ora ho un livido»).
Non bastasse, c’è spazio pure per alcune tracce unplugged, nude e crude, quasi senza filtri al microfono. Il riferimento va a «Los Angeles», «Fuochi per aria (la fortuna)» e «Un posto migliore», in cui l’età di Blanchito (23 anni) è avvolta rispettivamente dal suono caldo di una chitarra, da un’atmosfera da falò in riva al mare d’estate, quindi catapultata in un film anni Settanta, con la tromba in stile jazz di sottofondo. Pur diverse fra loro, il trittico di canzoni sono comunque accomunate dalla naturalezza che le accompagna.
Sì, in ciascuna si assapora l’etera semplicità di un ragazzo, alle prese con una fase adulta da conquistare a pieno: «Lasciatemi sognare, di volare sopra il mare» è l’invito che si alza dal bresciano. Va bene Ricky, hai ragione: ne hai diritto.
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