Tre Allegri Ragazzi Morti: «Mascherati diventiamo ciò che vogliamo essere»

I Tre Allegri Ragazzi Morti sono un power trio votato al punk-rock alternativo, che si esibisce in maschera e dal vivo sovente diventa un quartetto; allo stesso tempo, sono i personaggi di un fumetto di culto cucito loro addosso dal leader Davide Toffolo, che oltre ad essere un rinomato disegnatore e fumettista, è cantante e chitarrista del gruppo, mentre Enrico Molteni si disimpegna al basso, Luca Masseroni alla batteria. Nel 2024, i Tarm hanno festeggiato i trent’anni di attività e pubblicato l’album Garage Pordenone, omaggio alla città dove la band affonda le sue radici e bilancio di un’avventura musicale ormai radicata nel panorama nazionale.
Stasera i Tre Allegri Ragazzi Morti saranno alla Contea Villagana di Villachiara, dove chiuderanno «Villachiara in fermento», festa della birra a sostegno di un progetto sociale in Mozambico (ingresso libero; inizio previsto dopo le 21; info sulle pagine social dell’evento o chiamando il 351/7127726).
Abbiamo parlato con Enrico Molteni.
La maschera-teschio è una seconda pelle per i Tre Allegri Ragazzi Morti. Mai pentiti della scelta di indossarla sul palco?
In principio non era così, indossavamo le maschere simbolicamente al primo e all’ultimo pezzo del concerto. Chiedevamo però al pubblico di non farci foto... Poi, con l’arrivo dei telefonini dotati di telecamere ci siamo resi conto che diventava impossibile controllare la situazione e allora abbiamo iniziato a indossarle sempre. Farlo ci riporta alla bidimensionalità da fumetto nella quale nasciamo, che poi è anche il concetto alla base dei supereroi: mascherati diventiamo ciò che realmente sentiamo di essere, sul palco.
Nel 2022, con l’album «Meme K Ultra» (realizzato insieme ai Cor Veleno) avete sperimentato il rap rock, e in passato avete sconfinato nel dub e nel reggae. La vostra produzione rimane però essenzialmente punk-rock, come dimostra anche l’ultimo lavoro. Alla fine è quella, musicalmente parlando, la vostra Itaca?
Se ci chiudi in una stanza e ci fai suonare, quello salta fuori in prima battuta. È una formula che possiamo ricondurre al post punk-rock, che ci viene naturale, perché deriva da ascolti e passione. Ma non ci dispiace metterci alla prova con qualcosa di diverso, come abbiamo fatto allargando gli ascolti. Il primo esperimento, col reggae, è stato formativo: la musica in levare prevede una certa attitudine, che non avevamo. L’unico modo per non scimmiottarla era studiare, cosa che abbiamo fatto, sotto la guida del nostro «dub master» Paolo Baldini.
Le sonorità reggae vi sono rimaste appiccicate addosso più di altre...
Forse perché già fortemente presenti nel punk inglese che ascoltavamo di preferenza, come dimostra la produzione di Clash e Police, per esempio. Con qualche anno di ritardo, ci siamo arrivati pure noi.
In estate suonate principalmente nei festival, ma siete una band che si adegua a condizioni differenti. Qual è la situazione ideale?
La risposta è facilissima, perché abbiamo appena provato una situazione inedita: abbiamo suonato in montagna, nel verde di Piancavallo (frazione di Aviano, in Friuli, a oltre 1200 metri, ndr), alle 4 del pomeriggio. C’erano pure i bambini, è stato bellissimo: una boccata d’aria fresca per noi, abituati a suonare spesso a notte fonda.
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