Sanremo 2025, più canzoni, meno monologhi: sarà «normalizzazione»?

Festival: il dopo-Amadeus s’annuncia poco effervescente
Francesco Fredi
Il teatro Ariston durante un'edizione del Festival di Sanremo - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Il teatro Ariston durante un'edizione del Festival di Sanremo - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Si annuncia come il festival del «tutti insieme appassionatamente», come il film di Robert Wise del ’65 con Julie Andrews. Il direttoreartistico&conduttore Carlo Conti ha infatti chiamato più cantanti del solito e addirittura 12 co-conduttori a fargli corona all’Ariston da domani al 15 febbraio: segno dell’ecumenismo che lo caratterizza, lui, un Pippo Baudo alla rovescia, da sempre più al servizio dello show che protagonista.

E in fondo l’assembramento – fisico oltre che emozionale – è la cifra che da sempre caratterizza questa annuale... assemblea condominiale di 5 giorni a cui l’Italia è chiamata e risponde massicciamente. Perché, dati alla mano, il Festival di Sanremo è un’accattivante... carta moschicida che attira e intrappola milioni di persone, raggiungendo share d’ascolto (la percentuale sul totale dei telespettatori in un dato momento) strabilianti e confermandosi il programma tv più visto ogni anno.

Nel 2024 la finale fu vista fra le 21 e le 23 da 17,2 milioni di spettatori (70,77% di share), e da 11,7 (78,77%) nella seconda parte della serata. In fondo il Festival – in quanto fenomeno multi-genere fatto di musica, gossip e (quando c’è) approfondimento – consente a chiunque di ergersi poi a giudice, accomuna in identità nazionale come forse solo la Nazionale di calcio, e offre linguaggi artistici differenti. E poi vale una sessantina di milioni d’introiti pubblicitari: non a caso mesi fa ha stimolato un ricorso legale contro l’esclusiva di fatto che, con questo sono 75 anni, lega Rai e Comune sanremese: se ne riparlerà in giudizio.

Certo, il dopo-Amadeus – boss vincente per risultati, ma sospettamente apolide nella Rai «normalizzata» dei giorni nostri – si annuncia meno effervescente; più gara canora che show-varietà a tuttocampo. «Non ci saranno monologhi – ha dichiarato Conti: sono un po’ passati. Credo si possa sottolineare qualcosa d’importante anche solo con parole o messaggio velocemente tra una canzone e l’altra. Non mancheranno momenti di riflessione, ma non con monologo lungo o chiacchierata».

Un... de profundis alla possibilità di satira politica, di spazio alla socio-realtà. Il piano, par di capire, è la sbornia canora: cuore-amore e (potendo) patria? Si vedrà. Certo (cercare di) togliere al Festival il contorno alle canzoni, negargli il guizzo anarcoide, equivale a rinunciare al sale in cucina. Speriamo che la zuppa sia sapida lo stesso.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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