Djivas: «De André amò l’energia della Pfm, fu lui a volere il tour»

È alle porte il ritorno a Brescia della Premiata Forneria Marconi. Appuntamento domani, venerdì 16 gennaio, al Teatro Clerici, dove va in scena “PFM – Doppia Traccia”, live suddiviso in due parti, una dedicata alla produzione ultracinquantennale della band, l’altra celebrativa della feconda collaborazione di fine anni Settanta con Fabrizio De André (in via San Zeno 168, alle 21; biglietti da 36 a 58 euro + commissioni; info a questo indirizzo). Abbiamo parlato dello spettacolo con Patrick Djivas, bassista e autore della PFM dal 1973, dopo essere stato tra i fondatori degli Area, altro seminale gruppo di una stagione felicissima del rock (progressivo) italiano.
Patrick, diversamente dal passato, avete deciso di esplicitare nel titolo il doppio binario su cui scorre il concerto. Perché?
C’è una spiegazione divertente. Pur nata per un anniversario, “PFM canta De André”, negli anni è diventata una cosa irrinunciabile, anche se in parallelo abbiamo continuato a proporre concerti incentrati sul nostro repertorio: nel primo caso, ovviamente chiudevamo con qualche pezzo della PFM, nel secondo facevamo comunque un paio di brani di Fabrizio. Ma, immancabilmente capitava che qualcuno ci dicesse “…potevate mettere qualcosa in più di De André…” oppure “…perché non avete fatto più canzoni vostre?!”. Abbiamo dunque messo le cose in chiaro e…funziona! Tutti appagati, nessuno si lamenta più.

A fine anni 70 riusciste a fondere, come nessuno prima in Italia, rock e poesia. Risponde a verità che De André in principio fosse scettico, salvo poi riconoscere che gli deste “la spinta verso il futuro”?
Si tende a dire così, ma la verità è in buona parte un’altra. Fabrizio assistette a un concerto della PFM e rimase colpito dall’energia e dall’entusiasmo con cui affrontavamo il palco: venne a trovarci e noi gli proponemmo un tour insieme. Lui ci credette da subito, ma gli dicevano che era pazzo, che la sua voce avrebbe rischiato di perdersi nel nostro sound, che lo avremmo snaturato. Ma più tentavano di dissuaderlo, più maturava l’idea di farlo.
E in casa PFM, cosa si pensava?
Eravamo sicuri di poter ottenere un grande risultato. E non perché avevamo già suonato con De André per “La buona novella”, in qualità di session men…anche perché in quell’occasione ci adattammo ad arrangiamenti già esistenti. La certezza era legata alla preparazione musicale, all’esperienza e alle conoscenze che ciascuno di noi aveva ed ha, che va oltre il rock con il quale siamo identificati, spaziando dalla classica a quella che oggi viene definita world music. Forse perché ascoltavamo di tutto, tutto il tempo, crescendo in un’epoca in cui siamo diventati musicisti prima ancora di diventare strumentisti. Nessun dubbio, quindi, sul fatto che la miscela di rock e canzone d’autore, senza forzature, avrebbe funzionato.
La PFM è sulla cresta dell’onda da tanto tempo e, nonostante siano cambiati nel tempo alcuni componenti, ha sempre avuto un’identità precisa, pur evolvendo continuamente. Come lo spiega?
Col fatto che non abbiamo mai usato il computer, e che la nostro suono non è mai uguale a sé stesso. Se così non fosse, sai che noia, visto che abbiamo fatto oltre 7000 concerti! Questo accresce l’entusiasmo: alla mia età le trasferte, le attese, i collegamenti pesano; ma poi vai sul palco, l’avventura è come se fosse ogni volta nuova, le energie si moltiplicano. Chi arriva porta la sua personalità, umana e musicale, perché ci sono le parti scritte, certo, ma c’è il tocco personale di ciascuno. Quando è arrivato in formazione Marco Sfogli (nel 2015, ndr), che secondo me è tra i migliori chitarristi europei, non solo tra i giovani, dovevamo forse dirgli come suonare? No di certo!
A proposito di giovani, tra le nuove leve italiane chi va tenuto d’occhio?
Il siciliano Matteo Mancuso è straordinario. Non per caso, colleziona copertine ed encomi in tutto il mondo, e negli States non si parla che di questo musicista con la faccia da bambino, che suona la chitarra come nessun altro.
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