Noemi: «Canto la nostalgia di un tempo più lento, la musica è carezza»

La cantante fa tappa venerdì al Dis_Play in città con il tour intitolato all’ultimo album, «Nostalgia indoor»
Enrico Danesi
Noemi durante il Nostalgia tour indoor
Noemi durante il Nostalgia tour indoor

Approda a Brescia il «Nostalgia Indoor Tour» di Noemi, dal titolo dell’ultimo album della cantante romana (all’anagrafe Veronica Scopelliti). L’artista sarà venerdì 28 novembre, alle 21, al Dis_Play del Brixia Forum (disponibili biglietti di 2ª platea e di tribuna non numerata, a 50 e 35 euro + prevendita; info www.cipiesse-bs.it).

Con 7 album in 16 anni di carriera, 18 dischi di platino e 4 d’oro, Noemi ha allestito uno spettacolo che punta su una dimensione visiva fortemente innovativa, con scenografie create ad hoc da Ace Bowerman, già al fianco di Ed Sheeran, Dua Lipa e BlackPink. Sul palco con Noemi il batterista Matteo Di Francesco, il bassista Gabriele Greco, il tastierista Luciano Zanoni, Marco Rosafio e Davide Gobello alle chitarre, Simona Farris ai cori. Abbiamo intervistato la performer.

Noemi, «Nostalgia» è il titolo del suo ultimo album, che contiene anche il singolo «Se t’innamori muori» (scritto da Blanco, Mahmood e Michelangelo). Nostalgia per cosa?

La nostalgia è in prima battuta per un tempo misurato in modo più umano, diversamente da oggi, dove tutto va molto (troppo?) veloce. Lo considero un sentimento positivo, perché rivolgi lo sguardo alle cose a cui assegni maggior valore; quindi è qualcosa di molto personale, nonché un ritorno all’essenza. Blanco e Mahmood, ma anche Giorgio Poi, Colapesce e Neffa, hanno scritto pezzi bellissimi e a misura di persona, per me e con me: c’è un ritorno alla musica come carezza, che ti fa stare bene.

Per anni ha cantato in inglese. Dopo X Factor, nel 2008, è passata all’italiano. Nessuna nostalgia per le atmosfere black, adatte alle sue corde?

Ho inserito qualche brano in inglese nei primi album, perché si tratta di una lingua musicale. Con l’italiano il rapporto è viscerale, perché in italiano penso e sogno, anche se non escludo in futuro di realizzare un lavoro in inglese. Ad ogni modo, nel live, una delle due cover che mi concedo è in inglese: «Piece Of My Heart» di Janis Joplin. Ne rimasi folgorata la prima volta che la sentii, un’esperienza da brividi che mi portò a pensare: “Ma allora nella vita si può anche essere un po’ ruvidi senza perdere in poesia…”.

Da quando si è affacciata alla ribalta, viene sottolineata la vicinanza vocale e interpretativa a Fiorella Mannoia (che la conferma compiaciuta). Le dispiace?

Per nulla. Sono onorata sia dal paragone che dal fatto che Fiorella stessa lo avalli. D’altronde lei è un punto di riferimento per me, come mi piace l’idea di donna che incarna: passionale, con personalità, libera. Al pari di altre grandi donne della canzone nazionale, da Ornella Vanoni a Patty Pravo, a Mina, a Loredana Bertè. Donne forti eppure dolci, il cui abbraccio non è mai molle, ma avvolgente.

Di recente ha parlato della derealizzazione, che l’ha colpita tempo fa, e da cui è guarita.

La derealizzazione è un disturbo legato all’ansia e al forte stress, che non sapevo nemmeno esistesse, prima che mi venisse diagnosticato. Dà una percezione alterata della realtà, che vedi in modo distaccato e distorto, come se fosse lontana: io guardavo tutto come se avessi preso una gran botta in testa. Si supera, ma non va sottovalutata: serve un percorso serio con uno psicoterapeuta.

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