Il canto ruvido di Glen Hansard che artiglia il cuore
Appassionanti, Glen Hansard e la sua band, sotto il cielo del Vittoriale a Gardone Riviera, ieri senza stelle. Non era facile per il songwriter e attore irlandese competere con il ricordo di una performance strepitosa come quella di cui fu protagonista nel 2019, sempre nella magione dannunziana: ci si è comunque avvicinato, attraverso un concerto pieno di calore e colori forti, durato due ore abbondanti.
Inizia con «Great Weight Is Lifted», blues “sporco” targato The Swell Season, duo che compone saltuariamente con Markéta Irglovà. Passa poi all’intimità distorta e riverberante di «Sure As the Rain» (dall’ultimo album «All That Was East Is West of Me Now») che per la voce addolcita e profonda, ma anche in virtù dell’orchestrazione con gli archi, palesa echi di Leonard Cohen. Ma Hansard è sé stesso, aldilà delle estemporanee citazioni: un artista amato da colleghi come Eddie Vedder e Bruce Springsteen; un uomo che porta avanti con coerenza un’idea inclusiva della musica e sa coinvolgere come pochi il pubblico, che ha girato il mondo (pure come busker) e lo guarda come un posto senza confini.
Il suo live è un concentrato di generosità e suggestioni, impostato su un canto ruvido e fuori dal tempo che ti artiglia subito il cuore e te lo restituisce soltanto alla fine. Attinge ancora dal disco più recente, con «Between Us There Is Music», «The Feast of St. John» (sul «ritorno degli eroi, tranne uno»), il tenebroso e ritmatissimo rock «Down On Our Knees». Centellina, per contro, i brani di «This Wild Willing», il disco del 2019 che molti ritengono il suo capolavoro, ad ogni modo proponendo la vertiginosa «Don’t Settle».
Meno compatto che in altre occasioni il sound, ma nel live non c’è una pagina sbagliata, nulla che spezzi l’atmosfera, che affievolisca l’incanto. Hansard canta di fantasmi («Ghost»), sovrappone i suoi orizzonti a quelli di un sognatore smisurato («Fitzcarraldo»), intona il crescendo travolgente di «Revelate», evoca gli astri assenti con «Star Star» dei suoi Frames, mette il sigillo da Oscar con «Falling Slowly» che sublimava la colonna sonora di «Once». E fino in fondo mescola dolcezza, ritmo e cuore, col pubblico in piedi, ammirato.
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