Allevi a Brescia: «Non inseguo la perfezione, narro la fragilità umana»
I ricci sono ora argentei, ma sempre ribelli. L’animo gentile, l’immaginazione forte, il sorriso intatto. La malattia che l’ha colpito nel 2022, un mieloma multiplo, non li ha scalfiti. Giovanni Allevi, a Brescia all’auditorium San Barnaba su invito dell’amico Giulio Tampalini, assiste al concerto della rassegna Brescia Suona: il chitarrista bresciano con l’Alberto Ginastera Symphony Orchestra diretta da Mihyang Lee, esegue, per la prima volta nella nostra città «Rapsodia italiana», composta dal maestro marchigiano proprio per Tampalini. Quando arriva abbraccia l’amico e esclama «Che bello essere qui!». Sale sul palco e scatta l’applauso del pubblico: «Sono emozionatissimo», svela con voce delicata. Ricorda che le prime note gli vennero in mente su un’isola dell’Atlantico.
A margine del concerto, il tempo per qualche domanda.
Maestro, innanzitutto come sta?
Anche se il corpo è sofferente e non so cosa sarà di me, la mia anima è sfavillante, attraversata da una leggerezza che non credo di aver mai posseduto, se non quando ero bambino.
È tornato a suonare nei giorni scorsi a Buenos Aires, dopo una lunga inattività dovuta alla malattia, prima tappa di un tour internazionale in Italia e in Europa...
Pur se le mie dita tremano per via dei farmaci e dei postumi della malattia riesco a suonare, perché emerge l’umano. In camerino a Buenos Aires prima del concerto, ero sdraiato a terra a fare gli esercizi di stretching e di respirazione per accogliere il dolore fisico. In quel momento ho avuto chiaro nel mio cuore che l’obiettivo non è inseguire la perfezione tecnica, ma raccontare la fragilità umana, sublimarla attraverso le note.
Nel documentario «Allevi back to life» parla dei mesi più difficili della malattia e del ritorno alla vita.
Ho pensato ad un racconto quando sono uscito dall’ospedale. Avevo composto il concerto MM22 per violoncello sulle note del nome Mieloma e desideravo con tutto me stesso di poterlo dirigere con un’orchestra vera e sentire quelle note dal vivo per la prima volta. Le riprese video del primo incontro con l’orchestra sono l’ossatura del film documentario» racconta. La malattia e il dolore mi stanno insegnando verità che avevo dimenticato: vivere l’attimo, non dare importanza alle opinioni altrui, non inquinare il presente con le aspettative sul futuro o i rimpianti del passato.
Quando ha rivelato di essere malato, l’affetto del pubblico è stato travolgente.
Il pubblico ha capito immediatamente che non cerco compassione, ma che sto proponendo una nuova filosofia del dolore attraverso riflessioni universali che trascendono la mia singola vicenda. Non potevo invece immaginare una vicinanza così bella da parte degli altri pazienti. Per me, le persone che vivono e attraversano la sofferenza pur restando attaccate alla vita, sono anime che vibrano a frequenze superiori.
Che desideri ha ora?
Vivere come se non ci fosse un domani, camminando sull’inferno senza distogliere lo sguardo dai fiori.
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