Musica

Eva Feudo Shoo: «Il mio disco è un viaggio fra suoni, lingue e ricordi»

Martedì al Sant’Afra la presentazione di «Unspoken», compendio sonoro di un percorso umano e musicale
Eva Feudo Shoo in un ritratto di Elena Bugada
Eva Feudo Shoo in un ritratto di Elena Bugada
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Un disco che attraversa come un viaggio l’orizzonte dei generi musicali. E che, coi suoni e con le parole, convoglia anche ciò che a volte non si può, o non si riesce, ad esprimere. «Unspoken», primo disco della musicista e cantautrice bresciana Eva Feudo Shoo, è l’antologia di un lunghissimo percorso musicale. Un compendio in dieci brani «di moltissime esperienze che ho fatto. Racconto viaggi, amori, malattie, sogni e incontri. Sono tracce che sono con me da tempo. Inciderle ha rappresentato un punto di arrivo che, forse, doveva arrivare proprio in questo momento».

Il release a Sant’Afra

La locandina della serata
La locandina della serata

Il disco, registrato nello studio di Arki Buelli, sarà presentato martedì sera alle 21 al Teatro Sant’Afra di vicolo dell’Ortaglia (biglietti su vivaticket.it). Eva sarà sul palco coi Raindrops, formazione con cui da anni si esibisce live ed è completata da Dario Bersanini al sassofono e Gianluca Fulgione alla batteria. Ospiti a sorpresa della serata saranno anche alcuni dei numerosi musicisti che hanno collaborato al progetto: Arki Buelli, Daniele Richiedei (che ha arrangiato la prima traccia), Enzo Albini, Andrea Bettini, Felice Cosmo, Federico Bianchetti, Nicola Ziliani, Luca Ferro Ferraboli, Andrea Dedo De Domenico, Marco Tofen Marini, e Rodney Gemmell.

Lettere a un padre

Proprio al songwriter inglese Gemmell, già compagno della madre, Eva deve l’imprinting musicale e anche la prima chitarra, ricevuta in dono da bambina. A lui è dedicato il brano Correspondences, che racconta una corrispondenza epistolare con un padre lontano e che si traduce nel disco in un duetto fra i due. «Mbuku - prosegue Eva - è invece la prima canzone che ho scritto in assoluto. Parla di questo uccello che vive in Tanzania, vicino al Kilimangiaro, da dove viene la mia famiglia. Il suo verso ha un ritmo unico, che mi ha ispirato. In più il pezzo contiene un omaggio a Miriam Makeba. C’è poi En la otra orilla, che racconta le ragioni di chi è costretto ad attraversare il mare rischiando la vita e della nostalgia di ciò che si è lasciato indietro».

Bianco, nero e kitenge

Ma in un disco che alterna quattro lingue diverse (inglese, spagnolo, portoghese e italiano), in accordo alle sonorità e in aderenza alle emozioni, torna sovente l’omaggio alle origini. «La copertina è un mio ritratto ispirato a uno scatto che mia madre Angela fece a mio padre Baltazar negli anni Settanta: erano entrambi fotografi e quell’immagine rievoca la mia infanzia, la mia storia» racconta Eva. Il cd fisico, acquistabile da martedì, è custodito in un cofanetto curato da Luisa Goglio: contiene i testi delle canzoni e le loro traduzioni, corredate dalle grafiche dei Kitenge di Eva: «Credo nel potere evocativo degli oggetti e mi piaceva l’idea di associare i brani ai tessuti». Evocativi, vividi, ipnotici come ricordi o come il canto di un uccello africano.

Una chitarra a sette corde 

Eva ha una formazione musicale classica. Ha iniziato a suonare la chitarra a sette anni e si è diplomata al Conservatorio di Novara in chitarra, con Piera Dadomo, e poi in violoncello. «Parallelamente - racconta - sono sempre stata incuriosita dalla world music, senza precludermi nessun genere musicale».

Per anni si è focalizzata sull’interpretazione di brani altrui e solo una decina da anni fa ha sentito la necessità di iniziare a comporre: «A lungo mi è bastata la creatività interpretativa di rendere miei brani scritti da altri. Fino a che ho sentito la voglia di scrivere qualcosa di mio».

Eva è inoltre fra le pochissime interpreti ad utilizzare una chitarra a sette corde, «molto utilizzata in Brasile. Io la utilizzo perché il mio gruppo non ha il basso e mancava un sonorità grave e quindi più calda e piena. Mi permette di avere frequenze che sennò non avrei».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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