«Senza significato la vita è una vera disperazione», ha detto Aharon Appelfeld, scrittore e superstite dell’Olocausto. Si respirano angoscia, disincanto, ironia, straniamento, a ogni cambio di numero musicale, in quella carovana di stili e scritture che percorrono l’opera da camera «Der Kaiser von Atlantis» di Viktor Ullmann, su libretto di Peter Kien, andata in scena ieri sera al Teatro Grande, in occasione del Giorno della Memoria, ottantesimo anniversario della liberazione del campo di concentramento di Auschwitz, dove Ullmann, solo pochi mesi prima, era morto nelle camere a gas.
La storia
La composizione fu scritta nel lager di Terezín nel 1943, durante l’internamento dei due autori, ma non venne mai rappresentata perché i nazisti capirono che nel personaggio principale era raffigurato un sovrano totalitario (Hitler stesso). In quel susseguirsi frenetico di scritture, allusioni, ammiccamenti – Kurt Weill, il ragtime, Alban Berg, ritmi di fox-trot, Hindemith, l’espressionismo; acidule conversazioni fra strumenti inusuali (chitarra, banjo, sax, harmonium, clavicembalo) e blasonati archi, con la fitta trama narrata da sei cantanti solisti – rispunta una lancinante domanda di senso: perché nell’uomo albergano cattiveria assoluta e affetti sconfinati? Come può essere capace di tali miserie e insieme di vera carità, di complicità e abnegazione, di ipocrisia e generosità?


