«Der Kaiser von Atlantis» al Grande, emozione e turbamento

Il Dedalo Ensemble diretto da Vittorio Parisi in un crescendo emotivo è duttile, capace di ironia, afflato lirico e scintillio
Enrico Raggi
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Der Kaiser Von Atlantis

«Senza significato la vita è una vera disperazione», ha detto Aharon Appelfeld, scrittore e superstite dell’Olocausto. Si respirano angoscia, disincanto, ironia, straniamento, a ogni cambio di numero musicale, in quella carovana di stili e scritture che percorrono l’opera da camera «Der Kaiser von Atlantis» di Viktor Ullmann, su libretto di Peter Kien, andata in scena ieri sera al Teatro Grande, in occasione del Giorno della Memoria, ottantesimo anniversario della liberazione del campo di concentramento di Auschwitz, dove Ullmann, solo pochi mesi prima, era morto nelle camere a gas.

La storia

La composizione fu scritta nel lager di Terezín nel 1943, durante l’internamento dei due autori, ma non venne mai rappresentata perché i nazisti capirono che nel personaggio principale era raffigurato un sovrano totalitario (Hitler stesso). In quel susseguirsi frenetico di scritture, allusioni, ammiccamenti – Kurt Weill, il ragtime, Alban Berg, ritmi di fox-trot, Hindemith, l’espressionismo; acidule conversazioni fra strumenti inusuali (chitarra, banjo, sax, harmonium, clavicembalo) e blasonati archi, con la fitta trama narrata da sei cantanti solisti – rispunta una lancinante domanda di senso: perché nell’uomo albergano cattiveria assoluta e affetti sconfinati? Come può essere capace di tali miserie e insieme di vera carità, di complicità e abnegazione, di ipocrisia e generosità?

Sul palco

Quando il male arriva su un palco va guardato, ascoltato, giudicato. Nessun compiacimento percorre la scena. Ullmann e Kien arrivano alla poesia attraverso un freddo incastro di situazioni, un meccanismo impersonale e perfetto di equivoci, doppifondi, formalità; tramite le infinite gradazioni dei colori dell’ensemble, con trasparenza e pienezza, l’incanto dei minimi tocchi e il fascino di lunghe campate melodiche. Ne nasce un turbamento rabbrividente.

Il Dedalo Ensemble diretto da Vittorio Parisi in un crescendo emotivo è duttile, capace di ironia, afflato lirico, scintillio, bravi i sei solisti. Quando ci avvolge la notte è perché sta nascendo un nuovo giorno. Il buio di «Der Kaiser von Atlantis» emette lampi di commozione, altro nome dell’amore. Rimette la morte al centro, la riconsegna alla memoria. Colui che ricorda sottrae all’oblio: e chi salva anche solo una persona è come se avesse salvato il mondo intero. Grande successo, lunghi applausi.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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