Musica

Chiara Bertolotti: «Emozione e intensità nel mio concerto in Vaticano»

Enrico Raggi
La gardesana tra le voci dirette da Muti per il Papa
La soprano Chiara Bertolotti - © www.giornaledibrescia.it
La soprano Chiara Bertolotti - © www.giornaledibrescia.it
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Il canto è la vanga che spacca il terreno secco (il nostro cuore indurito); che aiuta il popolo a cambiare, a ripartire, a sperare. È nata immersa nel canto Chiara Bertolotti, giovane soprano di Puegnago del Garda, da due anni protagonista (unica bresciana) in uno dei gruppi vocali maggiori d’Italia, il Coro della Cattedrale di Siena «Guido Chigi Saracini», diretto da Lorenzo Donati. Il gruppo vocale si è esibito a dicembre in Vaticano, sotto la guida di Riccardo Muti, alla presenza di Leone XIV; canta per le produzioni della Italian Opera Academy del maestro partenopeo; le sue voci compaiono in cartellone nei concerti dell’Accademia Chigiana e nelle produzioni operistiche di Venezia, Ravenna, Firenze, Cremona, interpretando da Mozart a Salvatore Sciarrino, da Händel a Luigi Nono, «ma ogni progetto lascia qualcosa: una consapevolezza nuova, una domanda, uno stimolo che permane anche dopo l’ultima nota», spiega Bertolotti.

L’abbiamo intervistata.

Chiara Bertolotti, come si passa dalla coralità antica a quella moderna?

La sfida è enorme, ma è anche uno degli aspetti più affascinanti e dinamici del nostro mestiere. Significa cambiare completamente postura mentale. Claudio Monteverdi ti chiede di abitare la parola, di lavorare sugli affetti, sul respiro del testo; Luciano Berio pretende un controllo assoluto del ritmo e della precisione collettiva. Si vince studiando molto, restando elastici, immergendosi nella musica e fidandosi della direzione, che diventa una vera guida nel passaggio tra linguaggi così diversi.

Quali sono le difficoltà maggiori (e le soddisfazioni)?

È richiesto un livello di attenzione e concentrazione costante: nessun automatismo, ogni intervento va pensato, ascoltato, vissuto. Ma ciò vale per qualsiasi coro, anche il più amatoriale. L’ho imparato fin da bambina, nei Carminis Cantores diretti da mio padre Ennio. La base di tutto è l’ascolto. Ascoltare gli altri, il suono comune, lo spazio, la musica che sta accadendo.

Com’è stata l’esperienza di cantare di fronte al Papa?

Una grande intensità emotiva e simbolica. Ero già stata in Aula Nervi da piccola, quando vi cantai con il coro La Faita di mio zio Valerio Bertolotti. Tornarci anni dopo, sotto la direzione di Riccardo Muti, ha reso l’occasione ancora più toccante. E poi la Messa di Luigi Cherubini è un capolavoro di straordinaria profondità.

Quali altri concerti le rimangono nel cuore?

Sono tanti. A novembre, per i 90 anni di Arvo Pärt, ci siamo immersi nella sua musica fatta di silenzi e sospensioni, dove assapori ogni singola sfumatura. Ho cantato nell’Orfeo di Monteverdi a Mantova, diretta da Federico Maria Sardelli: e mi sembrava d’esser tornata alla sera della prima esecuzione assoluta, nel 1607. Non posso poi dimenticare il mio primo “Messiah” con Ottavio Dantone; o il mio primo récital solistico, accompagnata dalla tiorba di Antonio De Luigi. Non scelgo: dove c’è bella musica, io sto bene.

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