Centoventi vip e il loro rapporto con la musica nel libro di Poletti

«Questo lavoro ha richiesto venticinque anni di passione straordinaria, curiosità e determinazione, attraverso incontri con grandi personaggi e viaggi per l’Italia. Ribalta un po’ il paradigma di un momento storico in cui vince quasi sempre la brevità, il tutto e subito».
Il libro
È uscito il 7 dicembre «L’arte dell’ascolto: musica al lavoro», il nuovo libro del giornalista e musicologo Filippo Poletti (Guerini Next, 384 pagine, 23,50 euro). Un volume che racchiude 120 interviste a figure di spicco delle più disparate aree professionali riguardo al loro rapporto con la musica. «Il progetto è iniziato nel 1999, lavoravo per un’orchestra che si esibiva al Conservatorio di Milano e incontravo tanti ascoltatori che erano professionisti di vari settori, tra cui l’oncologo Umberto Veronesi», racconta Poletti nel corso di una chiacchierata ricca di aneddoti e chicche di cultura musicale. «Mi venne l’idea di provare a intervistarli. Solitamente l’attenzione va all’oggetto musicale, a me incuriosiva la ricezione, la relazione con il brano». Laureato in musicologia, con studi al conservatorio e alla business school del Politecnico di Milano, Poletti è il giornalista italiano più seguito su LinkedIn, con una rubrica quotidiana dedicata alle notizie positive sul lavoro.
Gli intervistati
Il libro è diviso in sette sezioni tematiche e completato da una nutrita playlist su Spotify. Impossibile scegliere tra gli illustri intervistati, da Francesco Alberoni a Piero Angela, da Giorgio Armani a Enzo Biagi e Renato Dulbecco... «Classifico la musica secondo quattro colori», spiega Poletti, «ho notato che ciascuno, a seconda del momento che sta vivendo, ne cerca uno. La musica rossa è molto ritmata, dà energia, come Vivaldi o i Måneskin; una musica verde è raccolta, intimista, come ‘Il mio cuore era pieno di afflizione’ cantata di Bach che confortò Rita Levi Montalcini quando il nipote Guido si suicidò; la musica gialla è melodica ma con un ritmo meno marcato, ‘Nel blu, dipinto di blu’ di Modugno, canzone che Indro Montanelli avrebbe dedicato all’Italia. La blu è la più complessa, la ‘Grande fuga’ di Beethoven o il jazz più sperimentale».
Lei parla di «music-life balance»...
«Accanto al bilanciamento vita-lavoro ho voluto introdurre quello musica-vita. I medici riconoscono i suoi effetti terapeutici. Bisogna ascoltare musica o farla».
La musica per essere più efficienti o performanti nel lavoro?
«Per avere ritmo e dare la carica è perfetta la musica rossa, come ad esempio i movimenti allegri di Vivaldi. Me ne parlò Mike Bongiorno; era amico di Angelo Ephrikian, papà di Laura, che nel 1947 fondò con Antonio Fanna l’Istituto Antonio Vivaldi, contribuendo alla diffusione del suo repertorio. Quando incideva un brano lo inviava al presentatore».
Qualche perla tra le sue interviste?
«Pietro Gussalli Beretta mi stupì. Un fine intenditore. Andai a trovarlo a Gardone e mi raccontò che per lui la musica più disarmante, capace di commuovere l’animo umano, era “L’Orfeo” di Gluck. Paragonò le sette note alla famosa calibro 7,65, come sette sono le note della fuga a tre soggetti interrotta alla battuta 239 dall’“Arte della fuga” di Bach. Lo strumento capace di incarnare la precisione Beretta era il violino».
Altri bresciani nelle sue pagine?
«Mi è rimasta nel cuore l’intervista al filosofo Emanuele Severino, pianista e compositore appassionatissimo di Händel di cui amava la “Musica sull’acqua”, convinto che la tecnica fosse condizione necessaria della musica. A Brescia intervistai l’otorinolaringoiatra Antonino Roberto Antonelli, mi disse che la musica si ascolta con il cervello e quindi è lì che si è stonati perché l’orecchio musicale è una sua proprietà. Réginald Grégoire, mio professore che lavorò nella segreteria vaticana mi rivelò che Paolo VI era appassionatissimo di Beethoven ma aveva una voce non angelica. La Leonessa viene citata come città della riscossa pucciniana: “La bohème” venne stroncata a Torino ed elogiata al Teatro Grande, la “Madama Butterfly” alla Scala fu un fiasco ma ebbe grande successo a Brescia».
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