Carlo Poddighe alla corte del Re: «Suono a casa dei Beatles»

Nell’ambiente musicale, il polistrumentista, autore e cantante Carlo Poddighe, titolare insieme al fratello Andrea del Poddighe Studio di Brescia, è conosciuto come Octopus (Polpo). Un soprannome che ne inquadra in maniera puntuale la prodigiosa abilità nel suonare più strumenti, anche contemporaneamente. Qualità che negli ultimi tempi Carlo sta facendo risaltare in maniera continuativa attraverso il suo progetto one-man-show SuperEgo, con il quale gira l’Europa, e che è abitato da numerose cover di rango – fatte ruotare a seconda dei posti in cui si esibisce – e da brani della casa.
Nella seconda e terza decade di agosto, il tour lo condurrà in Inghilterra: nel corso di quindici concerti, concentrati nell’arco di diciotto giorni, si esibirà in locali che sono nella storia del rock e del pop, com’è certamente il Cavern Club di Liverpool (dove suonerà per ben due volte all’interno del BeatleWeek, il festival dedicato ai Beatles), ma pure il 1865 di Southampton e il Big Belly di Londra.
Abbiamo raggiunto telefonicamente il musicista bresciano mentre transitava dalla Svizzera alla Francia, in cui farà tappa, prima di raggiungere appunto il Regno Unito.
Carlo, nella sua già lunga carriera hanno per lo più prevalso le collaborazioni (duratura quella con Omar Pedrini, ma significative pure quelle con Massimo Bubola, Joe Bastianich, Emanuele Maniscalco, Elio e le Storie Tese) e la dimensione del gruppo, dai Matt Project ai Jennifer Gentle. Com’è arrivato al progetto SuperEgo, che nel 2024 è diventato anche un disco?
Per caso. Mirko Boroni, autore del libro sui Pink Floyd all’Eib, voleva gli Embyo (gruppo in cui suona col fratello, Gianmarco Martelloni e Stefano Papetti, ndr) per accompagnare una presentazione a Nave. Salta fuori che i miei compagni sono tutti impegnati e allora, per non dare buca, e ricordando di averlo già fatto in uno spettacolo con Pedrini incentrato sulla produzione di Bowie e Lennon, ho deciso che avrei suonato da solo, chitarra e batteria insieme. Da lì ho proseguito, registrando video delle performance via via realizzate che, caricati su YouTube, sono diventati virali, con attestati di stima crescenti e inattesi (come quello del grandissimo Al Di Meola, che ha gratificato con un significativo «I love you» l’interpretazione della beatlesiana «Strawberry Fields Forever» da parte di Carlo, ndr).
Raddoppia la fatica?
Non esattamente. Il fastidio maggiore è portarsi appresso una strumentazione ingombrante, ma poi sul palco la sfida è stimolante e per nulla faticosa. In più c’è una libertà assoluta e la possibilità di cambiare direzione e modalità dello show con una semplice decisione, senza doverla concordare con nessuno.
Questo significa che intende mettersi alle spalle le esperienze collettive?
Ci mancherebbe, non le mollerei mai! Il lavoro condiviso è altrettanto bello, se non di più, perché il confronto fa apprendere cose nuove, arricchisce, apre orizzonti. In questo periodo ho dedicato più tempo al progetto solista, ma tornerà quello per il lavoro di gruppo.
Suonerà in Inghilterra, anche al Festival Beatlesiano per antonomasia, e in locali leggendari. Con che sensazioni ci arriva?
È bellissimo, oltre che un grande onore, esibirmi nel sancta sanctorum dei Beatles. Che tra l’altro – sia detto per inciso – elargisce onorari che mi posso solo sognare in altri festival e in generale. Devo un ringraziamento speciale a Rolando Giambelli, che mi ha segnalato all’organizzazione.
Il repertorio è sempre in inglese, ovunque suona?
In genere sì. Salvo che in Italia, dove in scaletta c’è sempre anche la canzone d’autore italiana, e in Francia, dove – nonostante quello che si pensa – apprezzano i nostri testi più di chiunque altro.
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