Elisa Citterio: «Con violino e archetto riscopro gioielli nascosti»

Quasi 40 incisioni discografiche, ha suonato alla Scala di Milano e per sei anni ha diretto l’ensemble Tafelmusik in Canada. A ottobre porterà diversi autori del ’600 bresciano all’Istituto Italiano di Cultura a New York
Enrico Raggi
La violinista Elisa Citterio - © www.giornaledibrescia.it
La violinista Elisa Citterio - © www.giornaledibrescia.it

«L’Italia è il grembo da cui è nata la musica barocca; l’interprete italiano ne possiede pronunce, inflessioni, respiri, sonorità, consapevolezza. È una lingua appresa fin dalla nascita». Lo afferma «quasi con timore» la violinista bresciana Elisa Citterio. Docente alla Fondazione Stauffer di Cremona e alla Chigiana di Siena, e dal novembre scorso anche al Mozarteum di Salisburgo, incrocia quotidianamente strumentisti e maestri internazionali: «Me lo confermano i colleghi Vittorio Ghielmi, Marco Testori, Marcello Gatti, Enrico Bronzi, Giovanni Gnocchi».

Quasi 40 incisioni discografiche, collaborazioni con i maggiori gruppi di Early Music al mondo, nel 2019 Citterio ha ricevuto il premio Arts, Science and Culture Leonardo Da Vinci a Toronto; ha suonato alla Scala dal 2004 al 2016 e per sei anni ha diretto in Canada l’ensemble Tafelmusik. In ottobre porterà autori del ‘600 bresciano all’Istituto Italiano di Cultura a New York, poi dirige a Ottawa l’ensemble 13 Strings.

Elisa, lei ama di più il violino moderno o quello antico?

«Sono distinzioni sorpassate, confini illogici, barriere artificiali ormai pericolanti. Si guarda al passato per vivere il presente e proiettarci nel futuro. La vera musica è insieme ieri, oggi e domani. Ogni esecuzione è una “Historically Informed Performance” (condotta ricreando suoni e pratiche dell’epoca, ndr). Stiamo ascoltando perfino Wagner su strumenti d’epoca. La meta è una unità, la musica non va irreggimentata in rigidi compartimenti cronologici. Le epoche si abbracciano e si fondono. “Le nicchie vanno bene solo per i piccioni” diceva Jessye Norman. In luglio, con Jakob Lehmann ho diretto al Teatro Nuovo di New York “La Sonnambula” di Bellini e il “Macbeth” di Verdi in versione “HIP”: una rivelazione».

Cioè?

«Con il primo violino che funge da direttore, l’orchestra diventa un organismo vivente che modella il proprio suono sul fiato dei cantanti, li segue, li asseconda, plasma spessori e forze, vi risponde in tempo reale, sensibile e reattiva alle sollecitazioni dell’istante teatrale. Utilizziamo le annotazioni autografe degli spartiti originali fatte dai leader Eugenio Cavallini, Alessandro Rolla, Giovanni B. Polledro (attacchi, rubati, cadenze, arcate, fraseggi, abbellimenti, portamenti). Obbediamo alle voci, non imponiamo. Un ribaltamento di prospettiva. Diventiamo una cosa sola, in totale condivisione di respiri, fermate, ritardi».

Scoprite anche opere dimenticate?

«Esatto. Nel 2024 ha rivissuto a New York, 200 anni dopo la prima, la splendida “Anna di Resburgo” di Carolina Uccelli, del 1835, riscoperta a Napoli dall’amico Will Crutchfield, opera dell’unica compositrice del Belcanto, con in scena tutti i divi e le dive del tempo. Il lavoro ebbe esito negativo perché al San Carlo, qualche mese prima, fu rappresentata l’analoga “Lucia di Lammermoor” di Donizetti e l’“Anna” non resse il confronto. È stato un trionfo, minima restituzione della meritata gloria a una donna geniale e sfortunata».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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