La pianista Marcotulli: «I giovani? Tecnica, ma meno emozione»

C’è un ensemble d’eccezione atteso il 22 marzo al Teatro Delle Ali di Breno, primo appuntamento della rassegna «All Music for Hélène», dedicata a Hélène de Prittwitz Zaleski, patrona della scena culturale camuna.
L’appuntamento è alle 20.45 (biglietti a 30 euro; info sul sito web e sui social della struttura), il band leader è il saxofonista e compositore britannico Andy Sheppard, figura di spicco della scena jazz europea, che ha scritto musica per un trio, volendo accanto a sé l’amica pianista Rita Marcotulli e il contrabbassista franco-algerino Michel Benita (dopo aver coinvolto altri maestri del double-bass come lo scandinavo Anders Jormin e il portoghese Carlos Bica). Del concerto, dell’Andy Sheppard Trio e dello stato delle «note blu» italiane abbiamo parlato con Marcotulli, fuoriclasse italiana del pianoforte e pure autrice di due belle e premiatissime colonne sonore («Basilicata Coast to Coast» e «Una piccola impresa meridionale»).
Rita, lei nasce con la musica classica, poi rimane folgorata dal jazz…
«In realtà non faccio distinzione tra diversi tipi di musica, perché mi piace la musica a 360º. E per fortuna una cosa non esclude l’altra, anzi: più hai cultura musicale, meglio riesci ad esprimerti in tutto ciò che hai da dire. Ovviamente, la classica ti dà le basi, ti forma e resta imprescindibile, forse ancor di più nel caso del piano, in relazione al tocco e alle dinamiche sottese».
Ha suonato con grandi come Chet Baker, Billy Cobham, Joe Henderson, Pat Metheny, Enrico Rava, Joe Lovano, Dewey Redman, Noa, Aldo Romano. Come nascono le collaborazioni nel jazz, che viste da fuori appaiono sempre piuttosto fluide?
«La nostra è musica per lo più improvvisata, per cui entra in gioco forse più che altrove l’estetica musicale, una visione, il modo di esporre, anche la sensibilità. Tanto che, quando trovi qualcuno che parla la tua stessa lingua musicale, diventa parte della famiglia, hai voglia di suonare con lui, ti intendi al volo. Quando scrivo i miei brani, so che se chiamo Andy (Sheppard, ndr) suonerà esattamente come ho immaginato, e viceversa. Siamo sulla stessa lunghezza d’onda».
Che progetto è quello dell’Andy Sheppard Trio?
«Andy ha scritto musica cameristica, senza batteria, molto fresca. Mi ha coinvolta da subito e, alla fine, ha ritenuto che Michel Benita (anch’egli di famiglia) fosse la figura giusta al contrabbasso».
Collabora con entrambi da tempo...
«Con Michel ho suonato in diverse formazioni, in primis in quella capitanata da Dewey Redman: tra noi c’è stata subito simpatia, quindi stima musicale. Il rapporto con Andy è meno risalente, ma ancor più intenso: aveva apprezzato un mio disco ispirato dai film di François Truffaut (“The Woman Next Door” del 1998, ndr) e volle congratularsi con me. Da lì abbiamo suonato in duo e poi le nostre strade hanno continuato a incrociarsi».
Come vede il futuro del jazz italiano?
«Benissimo. I giovani musicisti sono tecnicamente incredibili, con una mentalità più ampia rispetto alla mia generazione e con una preparazione migliore, forse perché possono accedere alla musica senza limitazioni. Mi impressionano sempre tanto, anche se a volte mi emozionano meno. Proprio perché credo nel loro gusto e nella loro tecnica, ho dato vita al gruppo Under 29, But Not Me (ovvero “sotto i 29 anni, eccetto me”, ndr) in cui c’è pure mia figlia Elettra, che compone e accompagna alle tastiere».
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