Se gli si chiede che tipo di artista sia, non si incasella: per lui "fotografo" è riduttivo, lui cucina con l’arte. Cinema, pittura, piano sequenze che trasmettono umidità tropicale... Ed è un "pain in the ass" a volte, una spina nel fianco. È lui stesso a definirsi così: «So mandare le persone ai matti sin da quando sono piccolo. Mio figlio avrà 5 anni tra qualche mese: so che diventerà qualcosa. Sua madre ha una forte personalità, io idem».
Miguel Rio Branco in questi giorni è a Brescia: l’artista brasiliano domani (venerdì) inaugurerà la sua antologica alla galleria Paci Contemporary, e nel frattempo ha regalato un po’ del suo tempo al pubblico della Laba, la Libera Accademia di Belle Arti con sede in via Vender. L’aula magna ieri pomeriggio era piena di studenti (di fotografia, ma anche di tutti gli altri corsi) pronti ad ascoltare la storia della sua carriera lunga più di 40 anni. E, prima di dedicarsi a loro, Rio Branco - classe 1946, figlio di un diplomatico e studente a New York negli anni ’60 - ha chiacchierato anche con i giornalisti. Rio Branco, questa antologica è la prima in Italia dopo molti anni... L’ultima fu a Palazzo Fortuny a Venezia nel 1988, se non contiamo un lavoro nel 2001 a cura di Germano Celant alla collezione Peggy Guggenheim (con lo scultore Tunga, ndr).



