L’Occidente perduto in nome dell’individualismo raccontato in un libro

Il Medioccidente cos’è? «Finito il Novecento e bruciate le aspettative del passaggio al nuovo millennio, sentiamo oggi il bisogno di cercare un nuovo modo d’essere occidentali, consci che qualcosa è andato storto», dice Giuseppe Lupo, docente di Letteratura italiana all’Università Cattolica di Milano e di Brescia, tra i pochissimi scrittori a raccontare a viso aperto la sfida della modernità. «Medioccidente» (Marsilio, 190 pagine, 18 euro) è il titolo del suo ultimo libro, in uscita oggi. Questa sera sarà presentato in anteprima ad Adro, alle 20.45 nelle Cantine Muratori, per Rinascimento culturale (info su questo sito).
È un grande viaggio fra letteratura, storia, geografia, cultura, perché il Medioccidente – spiega – è «un’alternativa geografica, politica, culturale... un luogo fuori dalle cartine ma dentro le coscienze». Abbiamo chiesto all’autore qualche anticipazione.
Giuseppe Lupo, Medioccidente è una utopia concreta o l’isola che non c’è?
Se dicessi che è un’isola che non c’è commetterei l’errore di dare l’idea di qualcosa di introvabile, di impercorribile, invece il Medioccidente è un modo di vivere l’Occidente che è sempre esistito, ma che è rimasto nascosto, sepolto dall’Occidente che ha prevalso, quello capitalista, pragmatico, che mette al primo posto l’utilità, quello che potremmo definire l’Estremo occidente, protestante, anglosassone, totalmente occupato di produzione, affari e finanza. Invece è possibile un Occidente più percorribile, più sostenibile, più vivibile, e che finora non ha avuto la forza di affermarsi.
Lei sostiene che «da qualche parte esiste, nella quotidianità di chi lo abita o nell’orizzonte di chi lo immagina, bisogna cominciare a cercarlo». Ma perché cercarlo?
L’attualità e la tradizione storica, almeno nel Novecento, hanno fatto emergere altri paradigmi ed è necessario andare a cercare e a scoprire l’altro Occidente, rimasto nascosto e sepolto. Bisogna cercarlo perché non è facilmente alla portata dei nostri giorni, altri sono i modelli che ci vengono proposti e dai quali siamo circondati.

Da Omero a Kundera, da Ulisse a Enea, a Marco Polo, da Lorenzo Milani a Adriano Olivetti, da Claudio Magris a Raffaele Nigro, da Silone a Vittorini, a Le Corbusier, da Babele a New York. Grandi traversate su itinerari vari e sorprendenti. Con quale bussola?
Una bussola incerta... o meglio, una bussola che è andata definendosi man mano il percorso si dispiegava. Andavo a cercare una cerniera fra un Oriente non finito e un Occidente non realizzato. Venezia che cos’è? E Istanbul? E Gibilterra? L’Adriatico, mare verticale, e il Mediterraneo, mare delle mescolanze? Certo Londra o Bruxelles sono Occidente, ma anche nel cuore dell’Europa ci sono enclave d’Oriente.
Esempi, come il mosaico dell’abside di Sant’Ambrogio a Milano, mi sono venuti in soccorso per trovare tracce di un Medioccidente, nei suoi aspetti morali, religiosi, filosofici, economici. Sono partito da un’intuizione, maturata durante il Covid e di fronte alle risposte diverse della stessa Europa alla pandemia, con il Nord e il suo approccio individualistico – largo ai giovani, pace se muoiono gli anziani – e il Sud e la preoccupazione comunitaria del proteggersi insieme. Non era solo una questione sanitaria, ma di abitudine mentale...
Questo è un libro strano, non è un saggio ma un percorso che va dalla letteratura all’urbanistica, dalla geografia alla storia...
A lungo, con l’editore, abbiamo discusso in quale collana della Marsilio inserirlo, tra gli "specchi" più narrativi o i "nodi" della saggistica. La suggestione iniziale ha percorso terreni diversi, dalla letteratura – il romanzo borghese europeo o l’epica mediterranea – all’antropologia, dalla teologia all’economia. Anche l’urbanistica è una sfida, perché rappresenta il modo di organizzare la convivenza di persone e di comunità: la Torre di Babele e i grattacieli di New York, i paesi degli Appennini e i quartieri dell’industrializzazione.
Come si inserisce «Medioccidente» nei suoi racconti della modernità?
Perché un libro come questo dopo tanto lavoro per spiegare la bontà della tecnologia e del progresso? Non è una contraddizione. Continuo a credere nella cultura industriale e ad un’idea positiva della tecnica. Spiego però anche che potrebbe esistere un’altra declinazione della modernizzazione, a dimensione più umana, che pone la persona al centro. Questa era l’idea di Adriano Olivetti: c’è molto di più dell’efficienza produttiva attorno ad una fabbrica.
Le dieci parole-chiave poste alla fine rappresentano un progetto?
Persona, comunità, responsabilità, solidarietà, epica, sacralità, memoria, dialogo, contaminazione, terzavia (proprio così, una sola parola) sono concetti validi in molti altri linguaggi e in altri contesti, tuttavia mettendoli assieme assumono un valore preciso, forniscono al lettore una bussola per trovare il Medioccidente.
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