Marta Garbelli: «Ho fatto conoscere alla Crusca il bresciano medievale»

Il dialetto bresciano all’Accademia della Crusca. Non però quello che si parla tutti i giorni nelle nostre contrade, ma il suo antenato medievale. Che propriamente non era un dialetto, ma un volgare. Il nesso che unisce la prestigiosa istituzione e la lingua nostrana è la ricerca di una studiosa di Nave, Marta Garbelli, che l’11 settembre ha ricevuto dalla Crusca il premio Giovanni Nencioni per la migliore tesi di dottorato in linguistica italiana discussa all’estero. Il tema del lavoro, portato a termine all’Università di Stoccolma, è la sintassi di articoli e pronomi personali nei volgari lombardi e veneti tra il Tredicesimo e il Quindicesimo secolo. Un’epoca in cui affonda le radici il dialetto che parliamo oggi.
Dottoressa, che lingua era il dialetto bresciano del Medioevo?
Per rispondere occorre fare una distinzione: gli studiosi preferiscono chiamare volgari le lingue scritte, diverse dal latino, usate in Italia nel Medioevo e nel primo Rinascimento prima dell’imporsi del fiorentino. Si inizia a parlare di dialetto dalla metà del Cinquecento per indicare un volgare subordinato culturalmente alla varietà egemone dell’italiano, il toscano. Ciò detto, nella mia tesi ho analizzato 47 testi in prosa dall’area lombardo veneta: i documenti in volgare bresciano dell’epoca sono pochi e per lo più testi religiosi delle numerose confraternite laicali che operavano nel territorio, ma anche documenti amministrativi e lettere private. Nei testi il volgare bresciano ha elementi in comune con i volgari bergamaschi, mantovani, cremonesi trentini e veronesi e a volte è la presenza di alcune spie linguistiche a consentire di localizzare con certezza un testo: per esempio nel volgare bresciano l’articolo è «él», in quello bergamasco è «ól». Questi volgari appartengono al sottogruppo dei dialetti gallo-italici e presentano caratteristiche comuni: le vocali finali latine diverse dalla «a» cadono («cattus», gatto, diventa «gat») o sviluppano dei particolari suoni, come il latino «rota» che diventa «røda».
Potrebbe fare altri esempi di forme linguistiche sopravvissute da allora?
Va detto che spesso è difficile capire come le parole che troviamo nei testi venissero pronunciate. Ad esempio, in un testo del Quattrocento troviamo la forma «tug» che vuol dire «tutti»: la pronunciavano «tugg», «togg», o dicevano già «töcc»? Per quello di cui mi sono occupata, posso dire che già nel Medioevo nei volgari lombardi l’articolo è impiegato con i nomi di parentela e l’aggettivo possessivo: già si diceva «el me pader», «el me fradel», «la me mader». Oppure già si iniziano a osservare degli usi peculiari dei pronomi: frasi del tipo «Maria la dis», in cui il soggetto Maria è raddoppiato e ripetuto dal pronome «la», un fenomeno che si trova in numerose lingue e che rappresenta una strategia per dare enfasi all’informazione o per trasmetterla in modo chiaro ed efficace.
Le differenze nel bresciano delle varie zone della provincia trovano riscontro già allora?
Non è facile dirlo perché la documentazione è frammentaria e scarsa o comunque non è stata ancora studiata. Per cui bisognerebbe fare delle ricerche negli archivi e cercare più testi possibile da varie zone della provincia. Molto spesso non si può andare oltre la localizzazione di Brescia, tranne quando ci sono riferimenti al luogo come negli statuti comunali. In linea di principio però possiamo ipotizzare con una certa sicurezza che ci fosse già una differenziazione interna.
Come sta evolvendo oggi il dialetto?
Ormai si riscontra un avvicinamento progressivo e costante all’italiano. Le giovani generazioni magari non parlano più il dialetto dei loro nonni con gli amici, ma c’è comunque una forte componente locale, tanto che gli studiosi oggi parlano di "italiani regionali". Ci tengo poi a ricordare che i dialetti non sono modi "sbagliati" di parlare italiano o delle sue deformazioni, ma sono sistemi linguistici derivati dal latino come altre lingue romanze.
Quindi, se un bresciano di oggi incontrasse un conterraneo medievale, lo capirebbe?
Io credo di sì. Forse avrebbe delle difficoltà con qualche parola un po’ più arcaica, ma penso che alla fine si intenderebbero in un paio di giorni.
Riproduzione riservata © Giornale di Brescia
Iscriviti al canale WhatsApp del GdB e resta aggiornato
@I bresciani siamo noi
Brescia la forte, Brescia la ferrea: volti, persone e storie nella Leonessa d’Italia.
