Marco Paolini a Brescia: «Il teatro deve creare ponti con l’attualità»
Teatro di narrazione, civile, di memoria... Chiamatelo come vi pare: quello di Marco Paolini resta gran teatro, che investe sulla qualità delle parole, poste al centro da una regia essenziale, senza fronzoli né vezzi ma con tanta sostanza. Non riempie il Morato, ieri sera, ma attira comunque 1.000 spettatori.
L’affabulatore bellunese arriva sul palco alla chetichella e ironizza: «Innanzitutto grazie, perché siete Capitale della Cultura e, con tutte le cose che avrete da fare, avete trovato il tempo per venire qui. Mi sento come “L’albero degli zoccoli” di Olmi: io sono l’albero e voi gli zoccoli... duri». Quindi spiega che racconterà «momenti di piccole crisi, ispirandomi a "La fabbrica del mondo", il progetto più importante della mia vita, perché riguarda i nostri figli, non solo noi».
«Sani!» in principio è una canzone, interpretata dai compagni d’avventura, la splendida cantante di origini somale Saba Anglana e Lorenzo Monguzzi, leader dei Mercanti di Liquore nonché sodale di lungo corso di Paolini stesso. Ma che significato ha, il termine? «Si tratta - spiega il mattatore - di un’espressione di saluto della valle del Piave: un augurio, una benedizione, dal latino “salus”, che finisce per riassumere il senso del teatro per questo tempo, che deve creare ponti con l’attualità».
La scenografia conta su un castello di carte giganti al centro, due più piccoli ai lati: con tutti gli elementi in campo, si dipana un discorso che sulla linea principale utilizza una narrazione autobiografica, da cui derivano aneddoti di valenza universale, se è vero che dal ricordo di sé - bambino asmatico nella colonia estiva di Misurina - Paolini estrae una battuta fulminante sull’Amazzonia e sull’ex presidente brasiliano Bolsonaro. Ogni argomento (personaggio, episodio) diventa il filo di un ordito in forma di ballata, rarefatto e a tratti malinconico, che va avanti e indietro nel tempo per mettere nel mirino il presente.
Dall’eroismo di un colonnello sovietico che evita la Terza Guerra Mondiale alle «prove di disgelo tra Usa e Urss al vertice di Reykjavik, che non van confuse con il disgelo della banchisa»; dalla novella «Cattedrale» di Raymond Carver all’esperienza da «umarell» vissuta all’ombra della Sagrada Familia: tutto diventa narrazione.
Ironia sferzante
Introducendo la questione climatica, Paolini sceglie l’ironia sferzante della comparazione politica: «Non siamo mai preparati alle crisi: un tempo ci lamentavamo "Non vogliamo morire democristiani". Oggi io mi dico: "Perché non posso morire democristiano?!"».
Indimenticabile è la parte che rammemora l’incontro con Rosina, conosciuta durante il terremoto del Friuli nel ‘76, e scambiata per un’ostessa, che offre a Marco e commilitoni tutto ciò che ha, dal formaggio alla grappa; lui piange per la mortificazione, ma poi nasce un legame duraturo con la donna. Irresistibile quella sulla rovinosa esperienza organizzativa, a Treviso, con il «vate» Carmelo Bene.
Si ride (talvolta a denti stretti), si ascolta rapiti, si pensa. E dopo il finale - con standing ovation e «Bella ciao» - ci si saluta soddisfatti, ... Sani!
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