Teatro di narrazione, civile, di memoria... Chiamatelo come vi pare: quello di Marco Paolini resta gran teatro, che investe sulla qualità delle parole, poste al centro da una regia essenziale, senza fronzoli né vezzi ma con tanta sostanza. Non riempie il Morato, ieri sera, ma attira comunque 1.000 spettatori.
L’affabulatore bellunese arriva sul palco alla chetichella e ironizza: «Innanzitutto grazie, perché siete Capitale della Cultura e, con tutte le cose che avrete da fare, avete trovato il tempo per venire qui. Mi sento come “L’albero degli zoccoli” di Olmi: io sono l’albero e voi gli zoccoli... duri». Quindi spiega che racconterà «momenti di piccole crisi, ispirandomi a "La fabbrica del mondo", il progetto più importante della mia vita, perché riguarda i nostri figli, non solo noi».



