La nostra è una società impaziente. Ha cancellato la ricchezza dell’attesa. Lo ha fatto con quella della vita, perché davanti ad un significato così solenne come una nascita si cerca sempre più di accorciare i tempi, con il parto cesareo o indotto, evitando che la nuova vita si affacci al mondo quando è il suo momento, in modo naturale. Accade con la morte: non esiste più la morte naturale.
Un passaggio così solenne è spesso manipolato dall’accanimento terapeutico che è conseguenza, certo, della medicina difensiva, ma anche dalla mancanza del senso del limite. Non esiste nemmeno la morte facile, quella invocata da eutanasia o suicidio assistito. «Invece noi vorremmo che il passaggio dalla morte alla vita e dalla vita alla morte avvenisse attraverso un interruttore, un rapido clic, per dimenticare che si tratta dell’incontro tra due mondi incommensurabili, tra il finito della vita umana e l’infinito dell’immortalità. Anche per chi pensa che sia il nulla: il nulla è un vuoto infinito. La morte fa da collegamento, ma anche da barriera, tra tempo ed eternità. Dunque, non si può considerare una scelta come molte altre prese nella vita». Lucetta Scaraffia, storica e giornalista, già direttrice del mensile dell'Osservatore Romano Donne Chiesa Mondo, è stata la protagonista ieri sera di un partecipato incontro organizzato dalla Cooperativa Cattolico-democratica di Cultura nel salone Bevilacqua dei Padri della Pace per affrontare l’attualissimo tema del fine vita (lo si può rivedere sulla pagina Facebook della Ccdc). Un contributo importante nell’arricchire e sollecitare la riflessione è giunto da un medico - Alberto Giannini, direttore Anestesia e Rianimazione pediatrica dell’Ospedale dei Bambini al Civile - e da un giurista, Luciano Eusebi, ordinario di Diritto penale all’Università Cattolica di Milano.



